Nel contesto della relazione che si instaura tra professionista e malato, colui che assiste – il medico, l’infermiere, il farmacista, lo psicologo e, in generale, tutte le figure che supportano chi si trova a vivere uno scenario di malattia – affronta una sfida di grande rilievo: garantire che il malato, soprattutto se è malato di cancro, segua diligentemente i consigli e le indicazioni fornite. Questo compito, apparentemente semplice, si rivela spesso complesso a causa delle molteplici resistenze e degli ostacoli che si presentano lungo il percorso di sostegno emotivo.
In questo articolo, alla luce dell’esperienza che ho acquisito formando, in questi anni, decine di professionisti della relazione di aiuto e della salute, con il mio Master di I e II livello in Coaching Oncologico, analizzerò le 3 principali difficoltà che possono emergere nel rapporto relazionale con il malato, in particolare quello oncologico e, nel contempo, ti illustrerò le strategie più efficaci per vincere la sfida ed ottenere risultati efficaci.
Indice dell'articolo
1° Ostacolo: la mancanza di coerenza tra le parole e ciò che il malato oncologico percepisce
Nel rapporto che il professionista della relazione di aiuto crea con il malato oncologico, la comunicazione è senza dubbio l’ingrediente fondamentale per garantire una corretta comprensione delle indicazioni per favorire l’adesione del malato al percorso di affiancamento suggerito.
In questo contesto la mancanza di coerenza tra ciò che viene comunicato e ciò che il malato realmente percepisce ed assimila diventa spesso uno dei principali ostacoli alla buona riuscita del percorso relazionale e supportivo. Questo divario può essere causato da diversi fattori, tra cui l’utilizzo di un linguaggio troppo tecnico, la poca chiarezza nei messaggi e nelle informazioni veicolate, un approccio distaccato e freddo, ma al tempo stesso l’incoerenza fra ciò che si dice e ciò che realmente anche il professionista fa.
La terminologia tecnica utilizzata dai professionisti della salute può risultare ostica per i malati, specialmente quando si tratta di condizioni complesse come il cancro. Parole e concetti come “neoplasia” o “metastasi” possono essere difficili da comprendere per chi non è esperto nel campo medico. L’incomprensione può generare confusione e frustrazione nel malato oncologico, che di conseguenza finisce per sentirsi sopraffatto dalla complessità delle informazioni ricevute e per creare barriere a volte insormontabili tra la persona e il counselor.
Alcuni professionisti della relazione di aiuto, senza accorgersene, sono talvolta portati ad utilizzare un linguaggio troppo tecnico oppure astratto, senza renderlo accessibile al malato medio. Questo può rendere difficile per il malato cogliere appieno il significato delle informazioni fornite e, quindi, può compromettere la sua capacità di seguire correttamente le indicazioni ed il successo del percorso di affiancamento.
Un altro aspetto importante è l’uso di un approccio distante o poco empatico da parte del professionista. Frasi come “il malato deve seguire il protocollo” o “si consiglia X” possono trasmettere un senso di distacco e autoritarismo, anziché coinvolgere il malato in modo attivo nel processo decisionale relativo al proprio trattamento o percorso di supporto. Inoltre, le incongruenze tra le parole e le azioni stesse del professionista possono generare confusione e disorientamento nel malato. Ad esempio, se un medico raccomanda vivamente un supporto emotivo, ma poi non fornisce informazioni dettagliate su come seguirla correttamente o non risponde in maniera esaustiva alle domande del malato, il malato oncologico potrebbe nutrire dubbi rispetto alla validità delle indicazioni fornite. Spiegare anche il perchè della valenza del percorso di supporto emotivo e il perchè si è scelta proprio quella diventa fondamentale vista anche tutta l’informazione che oggi la persona prende dai canali divulgativi.
Per superare questi ostacoli, è fondamentale che i professionisti che dialogano con chi vive uno scenario di malattia oncologica adottino un linguaggio chiaro, semplice ed empatico nel dialogo. Questo presuppone da parte del professionista la necessità di evitare l’uso eccessivo di termini tecnici a favore di un approccio comunicativo più immediato che semplifica i concetti più complessi e li esprime in modo accessibile. Nel contempo è importante che il professionista fornisca al malato oncologico spiegazioni esaustive e dettagliate ad ogni sua domanda, per sedare gli eventuali dubbi e preoccupazioni che possono nascere nella mente del counselor e compromettere così l’efficacia del percorso di supporto emotivo.
2° Ostacolo: la mancanza di fiducia e di comprensione profonda del malato oncologico nei confronti del professionista
Nel rapporto che si instaura tra il professionista della relazione di aiuto e il malato oncologico, la fiducia è un pilastro fondamentale. Quando questo ingrediente viene a mancare e a prevalere nel malato oncologico è un senso di profondo disagio e diffidenza, la relazione che si crea è instabile, poco solida e quindi non efficace. Il malato finisce per erigere una barriera fra sé e il professionista e si dimostra reticente a seguirne le indicazioni supportive.
Non dimenticare mai che il malato, soprattutto se vive il complesso scenario della malattia oncologica, si trova già a dover gestire una mole gigante di pensieri, emozioni e preoccupazioni legate al percorso di crescita e alla malattia. Nel professionista a cui si affida il malato cerca qualcuno che possa comprendere le sue necessità e i suoi stati d’animo, che lo guidi e lo supporti in tutti gli aspetti del percorso di emotivo e affiancamento, siano essi fisici o psicologici ed emotivi.
Una relazione in cui manca l’empatia e la sintonia fra malato oncologico e professionista è un rapporto destinato a fallire e naufragare al primo ostacolo: il rischio è che il malato, invece di seguire le indicazioni supportive del professionista, tenda a rifiutarsi e a fuggire.
Quando il malato percepisce che il professionista non comprende le sue emozioni e le sue preoccupazioni, può sentirsi trascurato, tradito e non ascoltato proprio da colui nel quale riponeva maggior fiducia. Nel tempo, il malato erigerà un muro difensivo più alto e sarà sempre meno incline a seguire le raccomandazioni del professionista. Aumenterà in lui il senso profondo di solitudine e, nel contempo, la persona si isolerà nella “prigione” di dolore, paura e rabbia che la malattia oncologica tende a costruire attorno a chi vive l’esperienza del cancro. Alla luce di ciò, è facile comprendere come il malato sarà poco motivato a seguire le prescrizioni supportive, mettendo a rischio il successo del percorso stesso. Per superare e abbattere le barriere del malato, è essenziale che il professionista impari a dimostrarsi empatico nei confronti del proprio assistito, ovvero adotti un approccio fondato sull’ascolto attivo, sulla fiducia e sulla comprensione profonda, creando uno spazio sicuro e protetto per il malato in cui egli possa sentirsi tanto accolto e capito da esprimere in libertà le proprie paure e preoccupazioni, anche quando sorgono difficoltà.
Sebbene possa apparire banale soffermarsi a riflettere su benefici e vantaggi che si possono ottenere migliorando la comunicazione con il malato oncologico, in quanto sembra davvero palese, ci sono ancora molti professionisti che faticano a trovare gli strumenti giusti da utilizzare per rendere più efficace la relazione d’aiuto o che, addirittura, non ritengono necessario trovare uno stile comunicativo adatto al ruolo che ricoprono.
Perché accade tutto questo? E cosa possiamo fare per arginare il più possibile i danni di una cattiva comunicazione con i malato oncologici? Su questo tema ho scritto un articolo dal titolo “Perché è fondamentale migliorare la comunicazione con il malato oncologico”: ti invito a leggerlo se desideri acquisire ulteriori spunti per migliorare la comunicazione con i tuoi assistiti e diventare un professionista più efficace e apprezzato.
3° Ostacolo: indicazioni troppo generiche e poco contestualizzate alla vita del malato
La terza barriera che nella relazione di aiuto può frapporsi fra professionista e malato oncologico emerge quando le indicazioni fornite dal primo risultano troppo generiche e trascurano l’importanza del contesto da cui l’assistito proviene: l’ambiente, le relazioni, la famiglia, le abitudini che caratterizzano la sua quotidianità.
Nella maggior parte dei casi si tratta di indicazioni espresse in maniera autoritaria, netta e perentoria, priva di un’adeguata considerazione di tutto ciò che influisce sulla vita quotidiana dell’assistito e che ne condiziona i pensieri, le emozioni, le azioni. Ricordiamoci di quanto le persone si muovono la maggior parte del tempo si muovono per soddisfare le aspettative di chi li circonda e temono il giudizio altrui, compreso e soprattutto quello dei familiari e quindi valutare l’ambiente relazionale diventa necessario e di grande rilevanza, per poter comprendere come interagire al meglio, evitando di creare resistenze e squilibri che emotivamente il malato oncologico non saprebbe gestire.
In pratica, ignorare il contesto personale del malato oncologico può portare il professionista a dare consigli migliorativi impraticabili o difficili da implementare nella vita di tutti i giorni, minando così l’adesione al trattamento e compromettendo i risultati del percorso di sostegno e supporto emotivo. Inoltre, adottare questo approccio autoritario può trasmettere al malato un senso di inadeguatezza o mancanza di controllo sulla propria situazione, indebolendo così la sua motivazione e la sua fiducia nel professionista e nel trattamento. Il malato oncologico si sente non ascoltato o poco compreso, generando un sentimento di distanza e di alienazione nei confronti di colui che assiste.
Non dimenticare mai che i malati non sono la loro malattia, ma sono prima di tutto esseri umani che nascono e vivono cercando di soddisfare il bisogno ancestrale di essere amati, accettati e voluti. Questo bisogno primario influisce profondamente sulle nostre scelte e azioni, compresa la nostra capacità di reagire alla malattia oncologica e di affrontare il percorso di riequilibrio interiore. Affrontare un percorso di supporto necessariamente significa per il malato mettere in discussione sé stesso e il proprio contesto di provenienza. Di conseguenza, è comprensibile che molte persone preferiscano rimanere fedeli alle relazioni e al contesto familiare piuttosto che fare scelte che potrebbero destabilizzare o minacciare le relazioni circostanti e tutto ciò che è sempre stato abituato a credere giusto.
Per superare questa barriera, è fondamentale adottare un approccio centrato sul malato che tenga conto del suo contesto individuale e delle sue relazioni. Questo significa coinvolgere attivamente l’assistito nel processo decisionale relativo al proprio percorso, ascoltando le sue preoccupazioni, i suoi bisogni e le sue preferenze e fornendo indicazioni personalizzate e pratiche, che rispettino le sue esigenze. Solo così, come professionista della relazione di aiuto, potrai assicurarti che il malato oncologico riconosca il tuo ruolo e accolga attivamente il trattamento suggerito, che gli permetterà di migliorare la qualità della sua vita e di cambiare ciò che non lo soddisfa e che ha portato la malattia nella sua vita.
Affrontare una malattia oncologica non vuol dire soltanto impegnarsi per eliminare o alleviare un sintomo. Significa dare al malato gli strumenti e le risorse necessarie per cambiare e migliorare la propria quotidianità, facendo sì che il cancro diventi un’opportunità di crescita personale ed emotiva. Sull’importanza del ruolo che il professionista della relazione di aiuto svolge nei confronti dei propri assistiti ho scritto un articolo dal titolo “Migliorare la qualità della vita del malato oncologico andando oltre le terapie”: ti invito a leggerlo, se ti interessa approfondire l’argomento.
Come superare gli ostacoli al coinvolgimento della persona nel percorso di affiancamento attraverso un approccio integrato e contestualizzato
In conclusione per superare gli ostacoli e le difficoltà che possono minare il rapporto fra malato oncologico e professionista e compromettere il successo del percorso, è fondamentale adottare un approccio integrato e contestualizzato al supporto emotivo.
Questo significa che, come abbiamo detto, la comunicazione deve essere chiara, comprensibile e priva di ambiguità. La coerenza tra parole e azioni è essenziale per instillare fiducia nel malato oncologico e per creare un legame solido e forte basato, da un lato, sulla credibilità del professionista e, dall’altro, su un atteggiamento trasparente, accogliente ed empatico. Per costruire un rapporto simile occorre avvalersi di un metodo dialogico ben strutturato, che riesca a mettere in luce e ad analizzare nel profondo non solo le dinamiche inconsce che condizionano la vita del malato oncologico, ma anche quelle caratterizzano l’emotività del professionista stesso.
Dietro ai propri comportamenti, il professionista nasconde inconsapevolmente dinamiche che condizionano i suoi pensieri e gli impediscono di adottare un approccio corretto col malato. Per esempio, quando dà al malato indicazioni troppo perentorie e nette, la ragione potrebbe celarsi nella sua incapacità di gestire, col giusto distacco, l’emotività ed il dolore di chi vive uno scenario di malattia.
Imparare a riconoscere e a disinnescare, a partire da sé stessi, le dinamiche inconsce che governano e condizionano ciascuno di noi è la strategia più efficace che il professionista possa adottare per aiutare il malato oncologico a vincere le sfide emotive che la malattia gli impone.
Comprendere il contesto da cui il malato proviene, individuare le risorse che la persona può mettere in campo e creare un ambiente in cui possa sentirsi accolto e capito è tanto importante quanto dare giuste indicazioni supportive. Conoscere davvero il tuo malato ed il suo vissuto ti aiuterà a dargli consigli e suggerimenti personalizzati, facili da applicare e capaci di adattarsi in maniera realistica alla sua quotidianità.
Superare gli ostacoli che possono compromettere l’efficacia del supporto emotivo richiede dunque un approccio attento e basato sulla fiducia reciproca tra professionista e malato oncologico. Entrare in sintonia profonda ed autentica con il malato oncologico è la chiave per creare una relazione di aiuto efficace ed ottenere i risultati desiderati. Ed infine trasmettere coerenza fra ciò che si dice e ciò che anche il professionista fa nella sua vita quotidiana e che ha provato sulla sua pelle, è quel quid davvero distintivo che porta ad essere davvero l’esempio e il punto di riferimento da seguire. In questo modo le persone avranno un faro e un sostegno a cui tornare più e più volte nel corso della loro vita.
Se sentite dentro di voi il bisogno di fare la differenza nella vita delle persone e avete voglia di intraprendere un percorso di crescita personale e professionale che parta prima di tutti da voi stessi, iscrivendovi al Master di I Livello in Coaching Oncologico potrete realizzare i vostri obiettivi e diventare professionisti della relazione d’aiuto capaci e sicuri di aver fatto la
cosa giusta al momento giusto, diventano quell’esempio da seguire e da tenere sempre presente. In questo modo potrete sentirvi non solo stimati, ma anche soddisfatti ed appagati del grande beneficio che porterete nella vita delle persone.
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