Perché è fondamentale migliorare la comunicazione con malato oncologico

Perché è fondamentale migliorare la comunicazione con il malato oncologico

Anche se può apparire banale soffermarsi a riflettere su benefici e vantaggi che si possono ottenere migliorando la comunicazione con il malato oncologico, in quanto sembra davvero palese, ci sono ancora molti professionisti che faticano a trovare gli strumenti giusti da utilizzare per rendere più efficace la relazione d’aiuto o che, addirittura, non ritengono necessario trovare uno stile comunicativo adatto al ruolo che ricoprono.

Perché accade tutto questo? E cosa possiamo fare per arginare il più possibile i danni di una cattiva comunicazione con i pazienti oncologici? Vediamolo insieme in questo articolo.

La comunicazione con il malato oncologico è alla base di ogni relazione

La comunicazione è ovunque. Si comunica sempre, anche quando si ha l’impressione di non farlo. Un gesto, uno sguardo, un sorriso, un rapido saluto, persino il silenzio: ogni cosa che facciamo quando siamo in compagnia di noi stessi e degli altri veicola un messaggio preciso e interpretabile.

Nei contesti sanitari la comunicazione assume un ruolo ben più determinante: pensiamo all’importanza del comunicare la malattia oncologica, al tono di voce che si utilizza per parlare con pazienti debilitati dalla malattia, al modo con il quale si descrivono le cure o si elencano le cose da fare o da non fare.

Una comunicazione troppo fredda e distaccata potrebbe trasmettere un messaggio sbagliato e far sembrare la malattia come un qualcosa che si deve per forza subire e da cui non si può uscire, alimentando negli assistiti un senso di frustrazione e di sconforto. Mentre, al contrario, mostrare eccessivo coinvolgimento o invadenza potrebbe disorientare la persona e farla sentire a disagio, soprattutto se ha ancora delle difficoltà a comunicare apertamente le sue emozioni o non ha ancora imparato a gestirle.

Ne parlo anche qui: Distacco emotivo difensivo: come capire quando si tratta di una consapevolezza sana e quando no.

La comunicazione nel contesto oncologico

È davvero possibile immaginare il nostro corpo come un insieme di pezzetti scollegati che non comunicano tra loro?

Nella mia esperienza di Cancer Coach e di docente del Master in Coaching Oncologico ho incontrato spesso professionisti o assistiti che mostravano resistenze nel considerare l’essere umano come un insieme unico e connesso, formato da mente, corpo e spirito.

Il nostro corpo è un sistema multiforme, e ciò che chiamiamo ‘sintomo’ è solo la manifestazione esterna di un trauma che potrebbe essere superficiale, certo, come nel caso delle ferite, ma che nelle malattie più complesse come quelle croniche è causato da fattori che vanno ricercati in profondità, e cioè nei pensieri, nelle emozioni, nelle dinamiche relazionali che possono provocare insoddisfazione e disturbi da stress prolungati nel tempo.

A livello pratico questo vuol dire che tutti, e i professionisti della relazione d’aiuto in primis, dovrebbero preoccuparsi di produrre benessere nella persona, comunicando in maniera non solo efficace, ma anche attenta, gentile e rispettosa.

Far sentire bene e accolta una persona che affronta la malattia oncologica vuol dire migliorare la qualità ed il benessere della persona, esattamente come si cura con un farmaco o con un’operazione chirurgica. Le parole sono “terapia”.

Come dice anche Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e grande esperto di neuroscienze, «Il miglioramento clinico dei pazienti è attribuibile a molti fattori, tutti insiti nella relazione malato-counselor».

I vantaggi per l’assistito di una corretta comunicazione con il malato oncologico

La buona comunicazione con il malato è la leva che mette in moto l’energia e aziona il processo di benessere totale: la parola è una vera e propria arte terapeutica in grado di ridare speranza e ottimismo giustificato alle persone che vivono la malattia.

La fiducia nei confronti del professionista nel corso della relazione d’aiuto si trasforma sempre in fiducia nel percorso di affiancamento e in speranza di miglioramento. Essere ben disposti nei confronti di una pratica di supporto, come spiega ancora una volta il professor Benedetti nel libro Effetti placebo e nocebo.

Dalla fisiologia alla clinica, produce una condizione di benessere psicofisico che facilita la trasformazione interiore. Alimentare questa fiducia attraverso gesti, parole, domande ed esercizi da mettere in pratica durante la relazione d’aiuto dovrebbe essere lo scopo primario di ogni professionista.

Il professionista, ricordiamolo, ha una grandissima responsabilità: le parole che usa possono migliorare la qualità della vita, ma anche distruggere, ferire e annullare mesi o anni di sforzi terapeutici.

Come racconto anche nel mio ultimo libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione, risolvere le ferite del corpo è impossibile se prima non si affrontano i disagi della mente.

Se ti interessa approfondire l’argomento, nell’articolo Cinque esempi pratici di comunicazione efficace con il malato oncologico troverai spunti di riflessione e utili consigli da mettere subito in pratica con i tuoi assistiti.

I vantaggi di una corretta comunicazione per il professionista della relazione d’aiuto

Se alimenta nel malato soltanto ansie, frustrazioni, paure e tutta una serie di emozioni disfunzionali che gli impediscono di uscire da una condizione di passività, come può un professionista considerarsi soddisfatto del lavoro svolto? Come può ricaricare la sua autostima e sentirsi appagato se nei suoi assistiti non si verifica nessun cambiamento in positivo?

Essere freddi e distaccati o, al contrario, mostrarsi coinvolti in maniera eccessiva dal flusso di emozioni della persona e non riuscire a fornire in maniera efficace l’aiuto necessario, diminuisce il coinvolgimento della persona nel percorso di affiancamento e provoca disagi da stress da lavoro correlato. Un professionista inappagato e stressato sul posto di lavoro nella vita privata sarà probabilmente un compagno insoddisfatto, un genitore assente, un amico o un collega scontroso e frustrato.

Prevenire tutto questo, però, è possibile. Come? Facendo un percorso di crescita interiore che porti alla trasformazione delle dinamiche comunicative, comportamentali e di relazione, prima con sé stessi e poi con gli altri. Ma nel frattempo, se ti interessa approfondire l’argomento, ti consiglio la lettura dell’articolo: Strategie di autoregolazione emotiva nel rapporto con il paziente.

Consigli per migliorare la comunicazione con il paziente oncologico (e con sé stessi)

Sembra quasi banale, ma uno dei modi più efficaci per migliorare la comunicazione con gli altri è migliorarla prima di tutto con sé stessi.

Scegliendo con cura le parole che ci si rivolge nei momenti di dialogo interiore, si diventa automaticamente capaci di selezionare le parole giuste da utilizzare con gli altri. La comunicazione non è mai un processo che viaggia in una sola direzione: le conseguenze di una buona comunicazione sono prima di tutto intime, e solo in un secondo momento rivolte verso l’esterno.

Per migliorare il tuo stile comunicativo e trarre benefici dal tuo rapporto con gli altri, impara prima di tutto a prenderti cura di te stesso. Coltiva le tue passioni, dedicati del tempo e cerca di ascoltare i messaggi provenienti dal tuo corpo. Non sovraccaricarti di stress o di lavoro e, se senti di averne bisogno, investi del tempo nella tua formazione.

E quando vorrai fare sul serio, prendere in mano la tua vita professionale e personale e fare la differenza nella tua vita e in quella dei tuoi assistiti, rispondi al questionario e candidati alla prossima edizione del Master in Coaching Oncologico.

Parlo di questi temi all'interno del Master in Coaching Oncologico

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