Le sfide comunicative più frequenti nel rapporto con chi affronta una malattia oncologica

Le sfide comunicative più frequenti nel rapporto con chi affronta una malattia oncologica

La gestione della relazione d’aiuto con il malato oncologico non dovrebbe mai essere affidata al caso o al buon senso del professionista. Gli aspetti da tenere in considerazione e da affrontare con metodo e consapevolezza nel rapporto col malato oncologico sono molti e vanno dalla comunicazione – e quindi dalla definizione del piano di relazione – al modo nel quale assistenti e assistiti considerano il percorso di supporto stesso.

Cadere in un ostacolo relazionale e minare l’efficacia della relazione d’aiuto è un rischio che i professionisti non dovrebbero mai correre, sia per supportare il benessere emotivo delle persone di cui si prendono cura sia per migliorare sensibilmente la qualità del lavoro svolto insieme a loro.

In questo articolo vedremo insieme qual è la dinamica disfunzionale più comune nel rapporto con il malato oncologico e quali sono le principali competenze che ogni buon professionista dovrebbe acquisire per esercitare al meglio la sua professione.

Rapporto col malato oncologico: le competenze trasversali da acquisire

La relazione d’aiuto non è un qualcosa di rigido e standardizzato. Non ci sono cose che spettano solo ad alcuni professionisti o compiti delegabili ad altre figure.

Non c’è un protocollo che vieta al medico chirurgo di chiedere al proprio malato se è felice, se si sente stressato e, se ha paura, qual è il pensiero che lo tormenta di più. Non ci sono regole che impediscono agli infermieri di insegnare agli assistiti le più efficaci tecniche di gestione delle emozioni.

Non c’è nessuno che vieta a un farmacista, a un osteopata o a uno psicologo di dare stimoli o consigliare esercizi pratici per ritrovare una condizione di benessere emotivo. Anzi, questo significherebbe andare oltre e non fermarsi a fare il mero ‘compitino’ che si deve svolgere.

Quello che potremmo classificare come il pacchetto di competenze di un coach è in realtà un insieme di tecniche e metodi di gestione della malattia estremamente versatile e trasversale che ogni buon professionista dovrebbe apprendere e mettere in pratica per portare il malato a una guarigione totale, quindi anche della sfera mentale ed emotiva. E tutto questo a prescindere dal suo ruolo, da quali sono le sue competenze specifiche e da ciò che ha in agenda.

Anche per questa ragione percorsi trasformativi e formativi come il Master in Coaching Oncologico sono pensati proprio per tutti coloro che esercitano già una professione nell’ambito della relazione d’aiuto e che vogliono acquisire maggiori competenze relative alla gestione della malattia cronica.

Ne parlo anche qui: Perché l’Italia ha bisogno di una rete di professionisti specializzati in Coaching Oncologico.

L’ostacolo relazionale più comune

Non tenere in considerazione queste competenze trasversali è la dinamica disfunzionale più comune nel rapporto con il malato oncologico. Molti professionisti, infatti, concentrano tutto il loro tempo e la loro attenzione soltanto sull’aspetto terapeutico, senza tenere in considerazione il mindset della persona. Credono che sia la competenza tecnica a fare la differenza, mentre è sempre la relazione che si instaura con la persona a farla.

Come spiega anche il neurofisiologo Fabrizio Benedetti nel libro Effetti placebo e nocebo. Dalla fisiologia alla clinica, è l’atteggiamento della persona nei confronti del percorso di supporto a portare benefici mentali e corporei. Chi non affronta il percorso di crescita e affiancamento con spirito proattivo è sempre in netto svantaggio rispetto a chi ha fiducia nel professionista e sa di percorrere la strada giusta verso il benessere globale.

Giustificare le proprie mancanze dicendo di non avere abbastanza tempo per prendersi cura del malato a 360 gradi, o di non essere psicologi o coach, è soltanto un modo come un altro per scaricare le proprie responsabilità su altri, e tutto a scapito del benessere emotivo dell’assistito.

Perché l’utilizzo dei farmaci non è sufficiente e va abbinato ad un percorso di supporto emotivo?

Non bisogna considerare il percorso di supporto soltanto come il momento della giornata in cui si assume il farmaco o l’integratore o quello in cui si effettuano visite, analisi ed esami di valutazione.

Il percorso di supporto non è una lista di cose da fare per eliminare il dolore. L’affiancamento è un percorso che presuppone una presa di responsabilità da parte della persona, è un gesto che dimostra cura e amor proprio.

Come scrivo nell’articolo Come e perché il malato dovrebbe accogliere la responsabilità della propria malattia, chi non riesce a superare la paura della malattia, del dolore o della morte durante un percorso di affiancamento, probabilmente verrà assalito da quelle stesse emozioni disfunzionali anche una volta che il suo corpo sarà in equilibrio con la propria condizione.

Ecco perché la relazione d’aiuto dovrebbe sempre andare oltre la superficie. Il professionista che incorre in questa dinamica disfunzionale, non riuscendo ad azionare nell’assistito il meccanismo della consapevolezza e del cambiamento, non potrà mai vedere realizzato l’equilibrio psico-emotivo più profondo: quella mentale ed emotiva che porta un reale miglioramento della qualità della vita in coloro che vivono la malattia.

Imparare a gestire la malattia a 360° e rendere efficace il rapporto col malato oncologico

Esiste un metodo che il professionista può mettere in atto per uscire dall’ostacolo relazionale del ‘non potere fare abbastanza’? Naturalmente sì. Vediamo insieme come.

1. Investire nella propria crescita personale/professionale, e quindi nella propria formazione

Molti professionisti non sono in grado di fornire un aiuto efficace perché non hanno ancora acquisito le competenze giuste per farlo. Anzi, molto spesso credono proprio che aiutare non sia una competenza da acquisire ma un modo di agire.

Purtroppo, l’educazione, la società e l’imprinting ci portano spesso a pensare che si è persone belle e brave quando si aiuta tutti, senza se e senza ma. In più, i tradizionali percorsi di formazione non tengono in adeguata considerazione elementi fondamentali nella relazione d’aiuto, primo fra tutti quello relativo alla comunicazione pragmatica e alla gestione delle proprie dinamiche relazionali, partendo da sé stessi per poi arrivare agli altri.

Uno stile comunicativo adatto aiuta gli assistiti a sentirsi compresi, accrescendo la loro fiducia sia nei confronti dei professionisti sia del percorso di crescita emotiva. Con un corretto lavoro di indagine (che con il metodo giusto si può svolgere anche in una manciata di minuti) sarà semplice per un medico, un infermiere, uno psicologo o un operatore socio-sanitario andare al di là del sintomo e scoprire le ragioni profonde che possono determinare o alimentare uno stato di malattia.

Puoi accrescere le tue competenze attraverso il Master in Coaching Oncologico, l’unico percorso di trasformazione e formazione che mette al centro la persona ancora prima del professionista, e che ti insegnerà a gestire la tua vita e poi la qualità del tuo lavoro.

Invece, nel mio libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione troverai spunti per acquisire importanti consapevolezze su tutto ciò che riguarda la malattia e l’impatto che ha nelle vite delle persone.

2. Migliora la qualità della tua vita per essere un professionista migliore

Ricorda che non puoi pretendere di essere un professionista attento ed efficace se sei insoddisfatto della tua vita o del tuo lavoro, o se addirittura soffri di disagi da stress da lavoro correlato.

Gli ostacoli relazionali che si incontrano nel rapporto con gli assistiti sono molto probabilmente il riflesso delle dinamiche disfunzionali che si vivono ogni giorno nella sfera della vita privata.

Meccanismi disfunzionali, dinamiche relazionali che creano stress e insoddisfazione, o semplicemente mancanza di motivazione nello svolgere il tuo lavoro sono dei campanelli d’allarme che non puoi ignorare.

Se il tuo scopo è davvero fare del bene e migliorare la vita dei tuoi assistiti, non limitarti a svolgere il tuo lavoro con superficialità, spinto solo dalla voglia di portare a casa uno stipendio o di soddisfare il bisogno di stima e approvazione.

Ci sono centinaia di persone che vivono scenari di malattia e hanno bisogno di professionisti formati, che sappiano comprenderle e accompagnarle lungo la strada per il miglioramento della qualità della vita. Vuoi essere uno di loro?

Parlo di questi temi all'interno del Master in Coaching Oncologico

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