relazione di aiuto efficace

L’Ascolto comincia da te: metti al centro i tuoi bisogni per costruire una relazione d’aiuto efficace

Nel contesto professionale della relazione di aiuto, spesso ci viene insegnato che ascoltare, essere sempre presenti e soddisfare i bisogni di chi chiede il nostro supporto rappresenta il fondamento su cui costruire un solido legame, basato sulla comprensione, sull’attenzione e sull’empatia. Assumere un atteggiamento premuroso in ogni contesto e situazione è considerato il requisito essenziale per essere professionisti “bravi”, competenti ed efficaci e in effetti lo è, ma c’è anche ben altro che dobbiamo sviluppare se vogliamo davvero essere di aiuto, soprattutto con malati oncologici e con chi vive una malattia

Quello che insegno agli allievi del mio Master in Coaching Oncologico e che propongo durante i miei corsi che realizzo dal vivo e online con i professionisti della relazione di aiuto è un approccio innovativo, differente da quello cui la tradizione e ci ha abituato a ritenere dogmatico.

Tutto comincia da una vera e propria rivoluzione dell’ascolto, che consiste nel mettere al primo posto non i bisogni degli altri ma i propri, come persona e come professionista.

Apparentemente potrebbe sembrare un approccio controintuitivo e, in effetti, lo è, ma nella realtà dei fatti e nella pratica funziona ed è estremamente efficace, come raccontano e testimoniano gli allievi del mio Master che lo hanno appreso ed ora lo applicano ogni giorno al loro lavoro. Seguimi. In questo articolo vedremo insieme come si realizza un innovativo approccio alla relazione di aiuto, in cosa si differenzia rispetto ai canoni imposti dalla tradizione e quali sono i motivi per cui mettere al primo posto i tuoi bisogni reali è la chiave per diventare un professionista migliore e fare davvero la differenza.

La relazione di aiuto nell’approccio tradizionale: cos’è e come si caratterizza

La relazione di aiuto è un concetto fondamentale nell’ambito della psicologia, del counseling, del coaching e di molte altre discipline orientate al sostegno e al benessere delle persone. Si tratta di un processo interpersonale in cui un professionista offre supporto, assistenza e comprensione ad un altro individuo – un malato, un assistito – che sta affrontando difficoltà o necessità emotive, comportamentali, relazionali o di altro genere.

A caratterizzare la relazione di aiuto è prima di tutto un profondo senso di empatia, rispetto e accettazione nei confronti della persona che in quel momento sta vivendo un disagio. Il professionista che offre il proprio supporto si impegna ad ascoltare attivamente, a fornire un ambiente sicuro e non giudicante e a collaborare con la persona in difficoltà per individuare e perseguire soluzioni o strategie che possano favorire il suo benessere e il suo sviluppo personale.

Un approccio che mette i bisogni del prossimo al primo posto si basa su diversi principi e caratteristiche chiave:

  • Empatia verso gli altri. Nell’approccio tradizionale alla relazione di aiuto l’empatia è considerata il pilastro fondante. Si esprime attraverso un sentimento di comprensione e identificazione emotiva nei confronti della persona in difficoltà. L’empatia permette di stabilire un legame significativo e di trasmettere alla persona la sensazione di essere compresa e accettata.
  • Ascolto attivo. Mettere i bisogni del prossimo al primo posto, secondo l’approccio canonico alla relazione di aiuto, richiede la capacità di ascoltare attentamente e senza giudizio chi abbiamo di fronte. Questo significa essere presenti nel momento, mostrare interesse genuino per la prospettiva e le esperienze della persona, e rispondere in modo empatico alle sue emozioni e ai suoi bisogni.
  • Rispetto e accettazione incondizionata. Un approccio centrato sulle esigenze del prossimo implica necessariamente il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona, senza giudicarla o criticarla per le sue scelte o azioni. Secondo questo approccio l’accettazione incondizionata crea un clima di fiducia e apertura che favorisce la comunicazione e la collaborazione.
  • Collaborazione e autonomia. In una relazione di aiuto orientata ai bisogni del prossimo, il professionista che offre il sostegno lavora in collaborazione con la persona, anziché imporre soluzioni o consigli. Si valorizzano le risorse e le capacità dell’assistito, incoraggiandone l’autonomia e l’autoefficacia.
  • Flessibilità. Ogni persona è unica e ha esigenze diverse, pertanto un approccio che mette i bisogni del prossimo al primo posto richiede flessibilità e capacità di adattamento. È importante essere in grado di modificare le proprie strategie e interventi in base alle esigenze e alle preferenze della persona in difficoltà.
  • Sostenibilità nel lungo termine. Un approccio centrato sui bisogni del prossimo non si limita a risolvere i problemi immediati, ma si impegna a promuovere il benessere e lo sviluppo a lungo termine della persona. Si tratta di creare un cambiamento duraturo e significativo che possa influenzare positivamente la vita della persona nel tempo.

In conclusione, un approccio che mette i bisogni del prossimo al primo posto nella relazione di aiuto si basa su principi di empatia, ascolto attivo, rispetto, collaborazione, flessibilità e sostenibilità. Questo tipo di approccio favorisce la costruzione di relazioni autentiche, significative e capaci di promuovere il benessere e lo sviluppo personale delle persone coinvolte.

Ma è davvero l’unico approccio possibile per essere un professionista efficace ed offrire alla persona che chiede il nostro supporto un aiuto concreto per cambiare tutto ciò che nella vita non lo soddisfa e per trasformare le difficoltà in opportunità?

In questo modello di relazione che ruolo hanno le emozioni e le esigenze del professionista che si dona incondizionatamente al prossimo, negando i propri bisogni? La risposta è NESSUNO!

Nell’approccio tradizionale alla relazione di aiuto il professionista, rischia di percepire tutte queste indicazioni e quindi anche reagire, come se dovesse rivolgersi totalmente verso l’altro e “annullare” le proprie esigenze e il proprio sentire, in favore del benessere del proprio assistito. Ma a quale prezzo?

Avendo lavorato a fianco di tanti professionisti e grazie ai loro racconti più intimi e vulnerabili, mi sono resa conto, di quanto chi svolge questo lavoro è purtroppo molto spesso “vittima” del bisogno innato di essere utile e importante per l’altro, bisogno che parte sappiamo bene fin dalla nascita e ci accompagna fino alla fine dei nostri giorni.

Ma se voler essere utili ed importanti da una parte è un desiderio intimo, dall’altra rischia di diventare alquanto disfunzionale proprio perchè diventa la “droga” con cui alimenta dinamiche relazionali non troppo equilibrate.

Quanto volte capita, in virtù della professione che si fa, di essere sempre a disposizione e sempre disponibili?

E quali sono le conseguenze di reiterare questo atteggiamento nella vita del professionista, ma anche nella qualità del suo lavoro? Te lo racconto fra poco, seguimi.

Essere disponibili si, ma non sempre a disposizione. Essere sempre a disposizione rischia di diventare la caramella per il bambino che fa i capricci, che richiede attenzione e che ha sempre bisogno di altri per risolvere piccoli o grandi problemi.

Se ci pensate bene, quando ci si ammala, si torna un po’ bambini. O no?

Quindi nei paragrafi seguenti vediamo quali risultati può portare un cambio di prospettiva ed una radicale trasformazione di questo approccio.

Intanto chi ricorda o conosce la teoria di Carl Rogers, si ricorderà che c’è stato un primo passo evolutivo verso un approccio innovativo e più consapevole alla relazione di aiuto, mettendo al centro la persona e le sue risorse interne.

Infatti Carl Rogers è da molti considerato il pioniere di un approccio terapeutico innovativo centrato sull’individuo e si distingue per la sua natura non direttiva, dove il percorso di affiancamento è concepito come una relazione di aiuto che mette in secondo piano l’aspetto clinico, per concentrarsi piuttosto sul potenziale umano. L’atteggiamento del terapeuta segue questa filosofia, mirando a favorire l’evoluzione e la crescita del cliente per aiutarlo a gestire le situazioni in modo più efficace e integrato.

A differenza di altri approcci più direttivi che si basano sull’applicazione di protocolli e tecniche per ridurre il disagio dell’assistito, il modello rogersiano si concentra sul cliente, riconoscendo il suo ruolo attivo all’interno della relazione terapeutica. Secondo Rogers, ogni individuo possiede risorse e abilità innate che possono essere attivate attraverso il processo terapeutico. Questo potenziale intrinseco, chiamato tendenza attualizzante, rappresenta uno degli obiettivi principali del percorso di supporto centrata sulla persona.

L’obiettivo primario di questo approccio è aiutare l’altro a raggiungere un cambiamento positivo e a realizzare il proprio potenziale. In definitiva, l’approccio rogersiano rappresenta un modo innovativo di comprendere e affrontare le sfide della vita, mettendo al centro la persona e le sue risorse interne, come lo è il coaching, e in particolar modo il coaching oncologico

Ed ecco che arriviamo a noi.

Per il coaching oncologico la priorità è focalizzarsi sulla persona e non sulla malattia, dare potere personale ovvero responsabilità e consapevolezza al malato oncologico, in modo che poi si attivino le risorse interiori e con strumenti ed esercizi pratici e specifici portare loro quella trasformazione che la malattia li ha portati a compiere.

La malattia, un tumore, è anche un passaggio evolutivo e richiede un cambiamento per poter ottimizzare le percentuali di risoluzione e far sì che il percorso di supporto emotivo risponda al meglio.

Qual è la base per instaurare una relazione di aiuto equilibrata e sana ? Ascolta prima di tutto i tuoi bisogni e poi anche quelli del malato oncologico!

Per anni, ci è stato insegnato che, per essere dei professionisti efficaci e competenti nella relazione di aiuto, avremmo dovuto sacrificare i nostri bisogni personali a favore di quelli degli altri. Tuttavia, se rifletti attentamente su questa prospettiva, ti accorgerai di quanto possa rivelarsi totalmente e a volte irrimediabilmente distruttiva per te stesso e per la missione che hai il dono di compiere.

Se non stai bene, se ti senti esausto, spossato o disorientato, come puoi davvero essere di aiuto a chi chiede il tuo supporto e si affida a te per cercare un sostegno concreto e per trasformare la sua vita?

Immagina di lavorare ogni giorno con persone in difficoltà e di lasciarti circondare dalla loro sofferenza. È un’esperienza estremamente impegnativa e provante: le lamentele, le convinzioni negative e il dolore di chi hai di fronte possono invadere la tua emotività e consumare la tua energia. Anche se cerchi di mantenere un certo distacco rispetto a quanto il tuo assistito vuole condividere con te, finirai inevitabilmente per esserne coinvolto se non impari a riconoscere e disinnescare questa dinamica.

Dopotutto, siamo tutti interconnessi, facciamo parte dello stesso ambiente e respiriamo la stessa aria. Questo non è forse indice del fatto che siamo tutti inconsapevolmente influenzati dagli altri e dall’ambiente che ci circonda?

È essenziale ricordare che non possiamo dare agli altri ciò che non abbiamo. Se ci immergiamo in una relazione di aiuto totalizzante, senza ascoltare i nostri bisogni e mettendo a tacere ciò che realmente sentiamo, rischiamo di svuotare un serbatoio che è già vuoto. Possiamo pensare di aiutare gli altri, ma in realtà stiamo solo minando la nostra risorsa più preziosa, ovvero noi stessi. Inoltre, se non siamo centrati su noi stessi, i messaggi che trasmettiamo possono diventare confusi e disconnessi. Essere centrati non è sinonimo di egoismo o di scarsa empatia, ma è una pratica di auto-consapevolezza che migliora la qualità del nostro aiuto e ci rende professionisti migliori e più efficaci e soprattutto un esempio da seguire.

Ascoltare attivamente i nostri bisogni non solo migliora la nostra salute mentale e fisica, ma rende anche il nostro aiuto più efficace. Quando siamo in ascolto dei nostri bisogni, possiamo valutare se abbiamo l’energia giusta per sostenere gli altri e mantenere una coerenza nelle nostre interazioni.

Questo è particolarmente importante quando ci si relaziona con malati oncologici o con persone che affrontano uno scenario di malattia. In queste situazioni, le persone sono particolarmente sensibili e spesso accettano con diffidenza e reticenza ciò che viene detto loro.

Sono certa che, almeno una volta nel tuo percorso professionale, ti sarà capitato di relazionarti con un assistito particolarmente scettico nel seguire le tue indicazioni. Ti sei mai chiesto il motivo di questo atteggiamento? Nel mio blog puoi trovare diversi spunti da cui partire per approfondire la relazione col malato oncologico: ad esempio puoi leggere l’articolo dal titolo “Come gestire un malato quando ti impone le sue scelte” oppure “Come aiutare una persona che non vuole aiuto”.

È fondamentale essere in sintonia con i nostri bisogni per poter essere presenti e autentici nelle nostre interazioni con loro. Solo allora potrai un contributo trasformativo nella vita del tuo assistito, portando benefici sia a te come professionista che a coloro che desideri aiutare.

Dare priorità ai tuoi bisogni è il primo passo per offrire un aiuto autentico e concreto

Chi lavora come professionista della relazione di aiuto spesso si trova ad affrontare un dubbio importante: “Aiutare una persona significa necessariamente mostrarsi sempre disponibili verso i propri assistiti oppure è preferibile mettere dei paletti?”

Il rischio di mostrarsi sempre disponibile nei confronti del proprio assistito può portare, infatti, alla creazione da parte del malato oncologico di un legame di dipendenza nei confronti del professionista e può alimentare ansie e insicurezze che potrebbero essere difficili da gestire autonomamente. Inoltre, dal punto di vista del professionista, è importante riconoscere che i nostri assistiti potrebbero finire per approfittarsi di una disponibilità illimitata, mettendo così a rischio la capacità del coach di stabilire confini giusti, consapevoli e sani e compromettendo l’efficacia e la buona riuscita di tutto il percorso di affiancamento e supporto.

Se ti soffermi esclusivamente sui bisogni degli altri, ignorando i tuoi, potresti danneggiare la tua missione di aiuto e il grandissimo e prezioso dono che essa rappresenta. Quando ti trovi “con il serbatoio vuoto” ed esaurisci le tue energie, il tuo aiuto può diventare inefficace. Gratificarsi pensando al grande beneficio procurato al malato oncologico non basta più a ricaricare le tue pile.

Per questo motivo, è essenziale dare la priorità ai tuoi bisogni per fornire un aiuto autentico, concreto e duraturo ai tuoi assistiti. Per farlo è essenziale acquisire gli strumenti necessari a riconoscere e disinnescare le dinamiche inconsce che condizionano il modo in cui ciascuno di noi pensa, agisce, sente e vive e che ci impediscono di vedere le cose per quello che realmente sono.

Solo dopo aver imparato a conoscere e a capire te stesso, potrai diventare un professionista capace di offrire il tuo supporto ad un altro individuo.

A quel punto la prima domanda che imparerai a porre a te stesso è “Come mi sento?” e “Ho l’energia sufficiente per aiutarlo?”

Queste domande ti guideranno verso un approccio di aiuto centrato e autentico, consentendoti di mantenere un equilibrio sano tra il supporto che offri agli altri e il tuo benessere personale.

Alla luce di tutto questo è importante che tu comprenda che l’ascolto attivo dei nostri bisogni non è egoismo, bensì piuttosto un atto di responsabilità dovuto verso te stesso e verso coloro che cerchi di aiutare. Solo quando avrai il giusto approccio potrai davvero diventare una risorsa preziosa per gli altri e crescere come professionista, ottenendo i risultati che desideri e che meriti.

Riconoscere i tuoi limiti e dimostrare empatia nei tuoi confronti, prima che nei confronti degli altri, è l’unica strada per fare la differenza nella relazione di aiuto.

Spero che questo articolo ti sia stato di aiuto e di riflessione e se vuoi approfondire e fare un vero e proprio percorso di crescita personale e professionale con il Master in Coaching Oncologico, diventare quel professionista punto di riferimento per i tuoi assistiti, per distinguerti e per ottenere quel salto di qualità nella tua vita e nel tuo lavoro, in modo da raggiungere il riscontro a cui aspiri, ti invito a valutare tutto il percorso nella pagina dedicata

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