Non hai tempo per instaurare una relazione col malato oncologico Forse ti mancano gli strumenti giusti

Non hai tempo per instaurare una relazione col malato oncologico? Forse ti mancano gli strumenti giusti

Figure professionali come medici, farmacisti, infermieri o fisioterapisti di solito pensano di non avere abbastanza tempo per instaurare un dialogo costruttivo con i malati oncologici. Questa mancanza non permette di tenere in adeguata considerazione alcuni elementi chiave della relazione d’aiuto, primo fra tutti lo stato di salute generale – quindi non solo fisica – del malato. Instaurando una relazione col malato oncologico senza prima effettuare un lavoro di indagine approfondito, si corre il rischio di vanificare qualsiasi sforzo e di rendere inefficace il ruolo stesso del professionista.

Se nel corso della tua carriera professionale ti è capitato di non riuscire a entrare in connessione con i tuoi malati e di ripetere come giustificazioni “Non ho abbastanza tempo per andare a fondo” o “Non spetta a me farlo”, la lettura di questo articolo potrà aiutarti a capire quali sono gli strumenti di cui hai bisogno per instaurare una relazione d’aiuto davvero efficace.

Relazione col malato oncologico: di quanto tempo hai bisogno?

Ritmi frenetici, protocolli da seguire e numerose visite da portare a termine entro certi orari potrebbero darti l’impressione di non avere abbastanza tempo da dedicare a ogni singolo malato. È vero, a volte nei centri ospedalieri e nelle strutture sanitarie si hanno carenza di personale e ritmi di lavoro veloci.

Di norma per ogni malato sono previste visite mediche che vanno dai 10 ai 20 minuti, mentre gli infermieri sono spesso di corsa, costretti a destreggiarsi tra mille impegni. Figure come i farmacisti, invece, hanno solitamente lunghe file di persone che aspettano il loro turno davanti al bancone, e credono per questo di non potersi soffermare più del necessario.

Ma se è vero che i minuti a disposizione potrebbero non essere abbastanza, è anche vero che il tempo è un fattore essenziale nelle relazioni d’aiuto ed è indispensabile per creare un rapporto di fiducia con la persona di cui ci si sta prendendo cura, oltre che per migliorare il coinvolgimento dell’assistito nel percorso di crescita e affiancamento. Imparare a utilizzare il tempo che si ha a disposizione nel modo migliore possibile si può, mettendo in pratica alcuni accorgimenti e acquisendo gli strumenti giusti.

Una questione di metodo

Acquisendo un buon metodo dialogico è possibile instaurare una relazione d’aiuto efficace e ottenere risultati anche in pochissimi minuti.

Per effettuare un ottimo lavoro d’indagine e instaurare un rapporto proficuo con i malati non bisogna certo diventare psicologi o psicoterapeuti. Pensare di non avere il tempo o di non doversi occupare di questioni che riguardano altri professionisti è soltanto una giustificazione, un modo per scaricare le proprie responsabilità quando non ci si sente all’altezza di un compito.

Per stimolare nella persona le risposte in grado di sbloccare anche le resistenze più profonde, possono bastare anche solo due o tre domande giuste per andare oltre il risvolto clinico e instaurare una relazione più umana tra professionista e assistito. Il tutto in una manciata di minuti preziosi.

Cosa c’è al di là del sintomo?

Una parte fondamentale del percorso di guarigione è nelle mani del malato: voler guarire e mettersi in gioco sono responsabilità che chi vive la malattia non può ignorare. La volontà, il desiderio e la spinta che nasce dall’interno spesso non hanno niente a che vedere con ciò che accade nel corpo. Ecco perché per conquistare la fiducia di un assistito spesso non basta mostrarsi come professionisti competenti e tecnicamente preparati.

Il sintomo e il dolore fisico sono solo manifestazioni esterne di un disagio che risiede ben più in profondità, e che va indagato con l’aiuto del professionista. Le domande che si devono rivolgere alla persona in questa fase del percorso devono essere concise, rapide e in grado di mettere subito in luce il disagio che sta alla base di un blocco emotivo e psicologico.

Relazione col malato oncologico: domande che presuppongono l’azione

Per instaurare una relazione efficace si potrebbero rivolgere alla persona domande in grado di rivelare il suo grado di consapevolezza.

  • Come ti senti? Come stai reagendo al percorso di affiancamento e supporto?
  • Sei supportato da qualcuno?
  • Ti senti sostenuto in questo percorso di cambiamento che stai attraversando?
  • Cosa puoi fare per stare bene oggi?
  • C’è qualcosa che ancora non hai fatto e che potresti fare?

Come consiglio anche nell’articolo Cinque esempi di comunicazione efficace con il malato oncologico, le domande che presuppongono l’azione e una presa di posizione forte sono spesso le più efficaci, perché in grado di far emergere subito le mancanze e le potenzialità della persona.

Rispondendo, sarà facile capire qual è il primo passo da compiere per intraprendere un percorso di guarigione vera e profonda.

Resistenze

A volte, però, le resistenze sono troppo forti: nonostante le attenzioni alcuni potrebbero mostrarsi chiusi e poco collaborativi. In quei casi non sarà importante ottenere risposte. Sarà la domanda il vero elemento chiave in grado di trasformare una semplice relazione in una relazione d’aiuto.

Sentendosi rivolgere questo tipo di domande, infatti, chi vive la malattia si considera in ogni caso ascoltato, accolto, compreso, e di conseguenza accompagnato e affiancato, dal professionista. Anche se si rifiuta di aprirsi – come può accadere soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, quelle in cui la paura si trasforma in rabbia e rifiuto – sarà comunque in grado di vedere in lui un punto di riferimento, una guida e un sostegno nei momenti di maggiore difficoltà.

Spesso basta solo un po’ di tempo per acquisire maggiore confidenza e spontaneità.

Che tipo di professionista vuoi essere? Quale relazione col malato oncologico vuoi creare?

A fare davvero la differenza nel lavoro di un professionista non sono le operazioni chirurgiche, le valutazioni giuste, le medicine che si vendono o la percentuale di sopravvivenza degli assistiti. A fare la differenza sono le relazioni, l’umanità, l’attenzione e il supporto. È da questi elementi che i professionisti possono trarre dal lavoro quotidiano le più grandi soddisfazioni, soprattutto a livello personale.

Fare la differenza nella vita di chi affronta la malattia è una vittoria che alimenta l’autostima del professionista e che allontana potenziali rischi, come la valutazione da stress da lavoro correlato.

Il valore di un medico non si misura in valutazione, consigli e medicine, così come quello di un farmacista in scatole di farmaci vendute ogni giorno. Il valore di un professionista è nella stima degli altri, nella capacità di comprendere chi soffre e di guidare chi vive la malattia oncologica sulla strada del benessere corporeo, emotivo e spirituale.

Una strada che esiste e che si può percorrere con il Coaching Oncologico, come scrivo nel libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione.

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