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Grazie alla mia esperienza diretta sia con pazienti sia con professionisti, purtroppo mi sono resa conto che molti di questi ultimi non riescono ancora a trovare il modo giusto per comunicare con i loro assistiti durante la relazione d’aiuto.
La comunicazione col malato oncologico, però, non è mai un elemento da sottovalutare. È sempre necessario imparare a comunicare in maniera efficace, poiché attraverso le parole, le domande e gli stimoli giusti ogni professionista può cambiare radicalmente l’esperienza della malattia nella persona e trasformare un percorso di affiancamento e supporto in un viaggio verso l’acquisizione di uno stato di benessere a 360 gradi.
Come sostiene il professor Benedetti, massimo esperto di neurofisiologia e neuroscienze, molto spesso sono proprio le parole a determinare l’esito del percorso di supporto.
Se senti di non riuscire a entrare davvero in connessione con i tuoi assistiti e ti stai chiedendo come fare, in questo articolo troverai 5 esempi di comunicazione efficace che potrai mettere in atto da subito e che ti permetteranno di ottenere risultati straordinari. Vediamoli insieme.
1. Comunicazione col malato oncologico: avvalora il dolore e dai importanza alle percezioni della persona
Una comunicazione efficace deve basarsi sempre su un presupposto fondamentale: la percezione della realtà è importante tanto quanto la realtà stessa di chi vive la malattia. Tutte le emozioni percepite dalla persona, e quindi anche quelle più negative e disfunzionali, sono fisiologiche. Accettarle fa parte del percorso di affiancamento e supporto: è un processo evolutivo al quale non ci si può sottrarre se si vuole trasformare la malattia in un’opportunità di crescita.
Anche perché sperare di eliminare l’ansia, la frustrazione o la paura con una semplice frase di circostanza o con un invito a ‘pensare positivo’ è pressoché impossibile, oltre che dannoso, come scrivo anche nell’articolo I danni delle teorie sul pensiero positivo nel contesto oncologico.
Per spingere il malato a compiere questo passo in avanti è necessario capire che sdrammatizzare o allontanare il pensiero della sofferenza, soprattutto nei momenti in cui è più invadente, non permette di uscire da una condizione di passività. Avvalorare il dolore, e quindi dimostrare di essere professionisti attenti che tengono in considerazione tutte le emozioni degli assistiti, al contrario, aiuta le persone a sentirsi comprese, ascoltate e accolte.
Frasi utili a ottenere un simile risultato sono:
- so che ti senti arrabbiato e frustrato. Hai tutte le ragioni per farlo;
- è normale avere paura in questa fase: manifestando le tue emozioni piano piano riuscirai anche ad accoglierle;
- da cosa sei spaventato? Qual è il pensiero che ti tormenta di più? Parliamone insieme, sono qui per aiutarti.
2. Riflessione sull’utilità per migliorare la comunicazione col malato oncologico
Una volta che si è dimostrato di avere a cuore la sua realtà soggettiva, accogliendo il suo dolore e imparando a considerare tutte le emozioni più negative funzionali al supporto e all’affiancamento, sarebbe opportuno invitare la persona a riflettere sull’utilità di ciò che prova per capire quali sono le reali conseguenze dei pensieri più negativi a livello pragmatico.
L’utilità porterà la sua attenzione sul corpo, allontanando il rischio di cadere nella trappola delle giustificazioni e delle elucubrazioni mentali. Alcune domande sono perfette per questo scopo.
- Hai ragione a sentirti triste o ansioso, ma ti è utile continuare a farlo?
- Come ti fa sentire non riuscire ad accettare la paura e andare avanti, ti è utile?
- Quali benefici trai dai pensieri negativi che invadono la tua mente?
Fare domande esplorative per ottenere informazioni sullo stato d’animo potrà far capire al professionista quali sono i blocchi emotivi che il suo assistito non riesce ancora a superare e quale potrebbe essere la leva giusta da azionare per stimolare il cambiamento.
3. Fare domande che presuppongono l’azione
Il lavoro di indagine del professionista diventa più utile se accompagnato da un incitamento e da una spinta all’azione. Anche in questo caso la comunicazione ha un ruolo decisivo: ponendo delle domande che presuppongono un’azione o una presa di posizione forte, è possibile far emergere nel malato la volontà del cambiamento.
Dando potere personale e facoltà di scelta, inoltre, sarà più facile permettergli di assumere un atteggiamento sempre più collaborativo e proattivo. Vediamone alcuni esempi.
- Cosa hai fatto finora per stare meglio?
- Come hai scelto di farti aiutare?
- Cosa potresti fare che ancora non hai fatto?
- Di cosa credi di avere bisogno?
- Da chi potresti farti aiutare?
Rispondendo a queste domande si potrà stabilire qual è il primo passo da compiere per stare bene davvero, a prescindere dalla malattia.
Se sei interessato all’argomento, ne parlo anche qui: Il legame tra potere personale e proattività in chi affronta la malattia oncologica.
4. Una questione di volontà
Parlare di cosa si può fare o no è d’aiuto, certo, ma ciò che conta più di ogni altra cosa è la volontà di mettersi in cammino e affrontare un percorso di crescita e cambiamento.
Chi vive la malattia oncologica potrebbe avere resistenze inconsce da superare e convinzioni da mettere completamente in discussione. Un esempio di comunicazione efficace che sappia stimolare la volontà del cambiamento potrebbe partire da una semplice domanda del tipo: “Sei disposto a metterti in gioco e trovare il modo per stare meglio?”.
Partendo dal presupposto che la strada da percorrere per guarire esiste, e soffermandosi sui concetti di volontà e disposizione, si porterà la persona a riflettere su quello che lei stessa vuole fare per stare bene, e non su quello che gli altri credono sia meglio per lei.
5. Imparare a conoscere la malattia
Un altro passaggio fondamentale per intraprendere un percorso di crescita e supporto emotivo è la conoscenza delle dinamiche della malattia. Attraverso la comunicazione, il professionista può fare leva sulla capacità della persona di comprendere quanto avviene al suo interno, non limitandosi a darle un ruolo subordinato nel processo terapeutico: chi vive la malattia è sempre e in ogni caso protagonista del percorso di affiancamento e supporto.
Oltre a spiegare in maniera semplice e immediata cosa accade quando ci si ammala, si può consigliare la lettura di un libro sull’argomento, come Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione, la visione di video a cura di specialisti del settore o, ancora meglio, un percorso individuale di Coaching Oncologico.
Consultando il blog coaching-oncologico.it, troverai numerosi consigli utili e spunti di riflessione che potranno aiutarti a svolgere meglio il tuo lavoro e ad aiutare in maniera efficace chi si rivolge a te.
Gettare il seme
A prescindere da ciò che scelgono di fare per stare bene, lo scopo principale di ogni professionista dovrebbe essere quello di gettare negli assistiti il seme della consapevolezza. Un seme che può germogliare e produrre frutti se il terreno e il clima sono favorevoli, ma che può morire se le condizioni non lo permettono. Che germogli o no, è proprio quel seme a fare la differenza nella vita degli altri.
Se vuoi migliorare la comunicazione con i tuoi assistiti e sei pronto a metterti in gioco, iscriviti al Master in Coaching Oncologico e diventa un professionista della relazione d’aiuto efficace.