Nelle strutture sanitarie o socio-sanitarie pubbliche e private, gli infermieri sono sempre delle figure di riferimento. Pur avendo grandi responsabilità e un carico importante di lavoro da gestire, spesso però si tende a sottovalutare la loro importanza ed in particolare il ruolo che riveste una efficace relazione infermiere-paziente oncologico.
Il pensiero comune vuole che, su una scala di valore e di importanza percepita, l’infermiere segua sempre la figura del medico, del chirurgo o del caporeparto. In realtà, l’infermiere è un professionista indispensabile che talvolta può fornire un aiuto ben più decisivo rispetto a quello di un medico o di uno specialista.
Nel contesto oncologico la relazione tra paziente e infermiere è ancora più determinante, soprattutto per quanto concerne la gestione delle emozioni più disfunzionali che riguardano la sfera privata della persona. Vediamo insieme in cosa consiste questa relazione e quali sono le competenze che un buon infermiere dovrebbe acquisire per migliorare l’efficacia del suo lavoro.
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Migliorare la relazione infermiere e malato oncologico partendo dalla vita in corsia
L’esperienza del Covid-19 ci ha insegnato a guardare agli infermieri con occhi diversi. C’è chi non ha mai smesso di chiamarli ‘angeli’ o ‘soldati in corsia’, chi ha dato loro onori e medaglie al merito. È vero: gli infermieri che svolgono il loro lavoro con passione, cura e amore verso gli altri sono dei veri e propri eroi. E come tali andrebbero considerati da tutti, medici compresi.
La mancanza di personale e i ritmi di lavoro frenetici, però, possono mettere a dura prova la vita degli infermieri. Tornando a casa stremati, carichi di ansie e con la consapevolezza di dover gestire anche parte del lavoro che magari non spetta a loro, potrebbero incappare con facilità in una valutazione di stress da lavoro correlato.
Un infermiere stressato e insoddisfatto è ovvio che non sarà in grado di affrontare con la giusta attenzione e gestisce le situazioni più delicate, come la relazione con persone che vivono la malattia oncologica e che hanno bisogno di maggiore comprensione e aiuto.
L’importanza dell’infermiere nel contesto oncologico
Esistono diverse ragioni per le quali possiamo considerare il ruolo dell’infermiere privilegiato rispetto a quello di altre figure professionali, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con persone che vivono la malattia oncologica.
Pensiamo soltanto a coloro che ricevono la notizia della malattia oncologica per la prima volta e che si trovano a dover affrontare lunghi ricoveri, magari da soli e in centri ospedalieri distanti da casa, o addirittura in altre regioni.
Per queste persone l’infermiere diventa una figura di riferimento: è lui che risponde alle domande che non riescono a rivolgere al medico, magari per vergogna, paura o perché lo specialista non ha abbastanza tempo a disposizione (anche se, come scrivo nell’articolo Non hai tempo per instaurare una relazione con il malato oncologico?, questa è solo una scusa che dimostra una lacuna formativa e la mancata acquisizione dei giusti strumenti).
È lui che scioglie i dubbi, consola, elimina il senso di solitudine e dona conforto nei momenti più bui, in qualsiasi ora del giorno e della notte.
Per via della sua particolare vicinanza e di ciò che può effettivamente fare per ciò che riguarda la gestione della malattia, ha una visuale privilegiata su quelle che sono le dinamiche più intime della persona. Di conseguenza, potrà effettuare un lavoro di indagine più approfondito e mettere in luce problemi che potrebbero sfuggire persino all’occhio del medico o dello specialista più attento
Lavoro di indagine
Nel corso delle visite di controllo, l’infermiere potrebbe rivolgere agli assistiti alcune domande in grado di spingere la loro attenzione al di là del segnale e del percorso di affiancamento e supporto.
Se si vuole instaurare una relazione d’aiuto con qualcuno che sta affrontando un lungo ricovero, piuttosto che soffermarsi sul dolore, la stanchezza o la quantità di medicine da prendere, l’infermiere potrebbe verificare attraverso alcune domande specifiche il grado di consapevolezza della persona nei confronti della malattia.
Per cercare di alleviare emozioni disfunzionali come l’ansia e la paura, partendo dalla classica (ma mai banale) domanda “Come stai?/Come ti senti?”, potrebbe proseguire il suo lavoro di indagine ponendone altre.
- Qual è il pensiero che ti tormenta di più?
- Di cosa hai paura? Cos’è che ti preoccupa?
- Cosa puoi fare oggi per sentirti meglio?
- Di cosa senti di avere bisogno?
- Capisco che sei triste e arrabbiato, hai tutte le ragioni per esserlo. Ma ti è utile?
Se vuoi mettere in pratica altri consigli, leggi anche: Cinque esempi di comunicazione efficace con il paziente oncologico.
Il piano di relazione dell’infermiere
L’infermiere ha un grande privilegio: grazie al piano di relazione che instaura con la persona, ha la possibilità di entrare in contatto più facilmente con le emozioni, i pensieri e le dinamiche comportamentali di chi vive la malattia.
Se si dimostra in grado di accogliere le emozioni della persona, e se riesce a diventare per lei una figura di riferimento, con ogni probabilità riuscirà a stimolare le corde giuste e produrre il famoso click del cambiamento. In questo modo porterà a casa quella che è la vera e più profonda soddisfazione del lavoro di aiuto: instaurare una relazione e ottenere un riconoscimento dalla persona coinvolta.
Sapere che grazie a te l’assistito è riuscito ad acquisire consapevolezze e ad avviare la sua trasformazione è davvero impagabile.
Nella figura dell’infermiere spesso si vede un alleato, qualcuno di cui ci si può fidare e che può fare da intermediario quando altre figure professionali sono meno presenti o più umanamente ‘distanti’.
Per essere all’altezza di un simile compito, naturalmente, anche gli infermieri devono assumersi la loro buona dose di responsabilità.
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La responsabilità degli infermieri
Nel rapporto con i pazienti oncologici è bene che gli infermieri non si dimostrino mai frettolosi, superficiali o infastiditi dalle richieste degli assistiti. Accogliere queste richieste e cercare di far fronte alle necessità di chi vive la malattia oncologica è un dovere, certo, ma anche una grande opportunità: quella di fare davvero la differenza nella vita delle persone che attraversano una fase delicata del percorso di affiancamento e supporto.
Per essere all’altezza di questo compito è opportuno che tutti gli infermieri siano formati e che sappiano affrontare anche le situazioni più delicate, senza lasciarsi coinvolgere eccessivamente dai flussi emotivi delle persone delle quali si prendono cura o senza correre il rischio di sottovalutare l’importanza del ruolo che ricoprono.
Quindi se sei un infermiere, vuoi fare sul serio e desideri specializzarti davvero nella relazione d’aiuto, devi sapere prima di tutto che aiutare è una competenza da acquisire.
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