Quante volte sentiamo ripeterci nel corso della vita che bisogna essere ottimisti e vedere sempre il lato positivo delle cose?
Quante volte, in momenti di sconforto o di difficoltà, veniamo invitati a non focalizzarci troppo sui nostri problemi e a pensare positivo?
Ma soprattutto, è poi vero che allontanando i pensieri negativi è possibile sentirsi bene?
In questo articolo vediamo insieme perché alcuni ritengono che pensare positivo possa accrescere il benessere della persona, e quali sono invece i limiti del pensiero positivo, soprattutto in un approccio di supporto emotivo per chi affronta una malattia.
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Pensiero positivo: di cosa si tratta?
Il pensiero positivo inteso come filosofia di vita nasce in America agli inizi del Novecento. Questa corrente ottiene sin dai primi anni un grandioso successo, al punto tale da suscitare l’interesse non solo di studiosi e appassionati di metafisica e spiritualità ma anche di medici, scienziati e psicologi di fama mondiale.
A prescindere da come lo si voglia declinare, il pensiero positivo è una modalità di intendere la vita che si basa soprattutto sull’affermatività e sul rifiuto del pessimismo. In base a queste teorie, indirizzando la mente verso pensieri, emozioni e sensazioni positive, è possibile accrescere il proprio benessere e migliorare la qualità della vita a livello fisico e mentale.
Il pensiero positivo ha come grande vantaggio quello di essere alla portata di tutti: per metterlo in pratica basta ripetere a sé stessi frasi mantra di carattere affermativo, meditare e sforzarsi il più possibile di allontanare tutto ciò che viene convenzionalmente considerato negativo, quindi dannoso.
Questa filosofia di vita, ormai largamente appoggiata e messa in pratica in tutto il mondo, è stata trasmessa e diffusa soprattutto grazie a Louise Hay, autrice di libri di auto-aiuto come Puoi guarire la tua vita o Pensa in positivo.
È davvero così semplice stare bene?
Le teorie del pensiero positivo sono entrate a far parte della coscienza collettiva in maniera straordinariamente incisiva: ormai siamo invasi da slogan, canzoni con ritornelli che restano impressi nella memoria, frasi motivazionali, citazioni o pubblicità che ci invitano a essere ottimisti sempre, a ricercare il benessere in ogni occasione e ad allontanare sensazioni come lo sconforto, la rabbia, la tristezza o la frustrazione.
Ma siamo davvero sicuri che il segreto della felicità sia proprio nell’allontanamento del pensiero negativo e nella distrazione? In realtà non è tutto così semplice come sembra: la ripetizione di un mantra o la deviazione di pensieri verso altri obiettivi sono elementi che da soli non bastano a tirare una persona fuori da una condizione di disagio ben più complessa e articolata.
E poi, cosa ci porta a credere che gli stati d’animo più bui, che spesso sono anche i più intensi poiché ci spingono a una profonda riflessione e a una reale presa di coscienza, non possano farci ottenere dei benefici?
Sia chiaro, anche io utilizzo e insegno tecniche di distrazione per portare la mente dove voglio che vada, piuttosto che lasciarla in balia della confusione mentale. Ma tutto entro certi limiti e con determinati presupposti: c’è sempre un equilibrio da creare.
I danni del pensiero positivo
Stare bene non è uno stato che si può raggiungere soltanto attraverso un pensiero. Stare bene è il risultato di un processo che passa attraverso il pensiero, ma che prevede anche l’azione pratica, lo sforzo costante, e soprattutto l’accettazione del presente così com’è, con tutte le difficoltà, i dubbi, le ansie e le paure che lo caratterizzano.
È solo quando la persona si applica, allenandosi con esercizi quotidiani come quello dei ‘tre grazie’ e delle ‘tre cose belle’ che assegno sistematicamente all’interno del mio percorso individuale, che riesce a sviluppare quello che è prima un pensiero costruttivo e poi uno positivo. E non positivo per forza.
Ogniqualvolta si dice a qualcuno di pensare positivo in un momento di grande difficoltà, viene provocato un danno importante: il senso di colpa derivato dal non riuscirci. E il non riuscirci è, tra l’altro, fisiologico e normale se non si hanno strumenti pratici a disposizione per superare un determinato ostacolo. Se bastasse dire “Pensa positivo” per riuscirci, è probabile che ci sarebbero molte meno persone frustrate. E invece no, non è così che funziona.
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Negare la sofferenza è un bene?
Certo, abbandonarsi alle teorie del pensiero positivo è facile se siamo in salute, circondati da persone che amiamo e in un momento in cui tutto sembra andare per il verso giusto. Ma cosa accade se queste condizioni non ci sono?
Coloro che affrontano la malattia, e in particolar modo la malattia oncologica, si sentono spesso ripetere frasi di incoraggiamento prive di utilità, tra i quali i classici inviti a portare pazienza e non pensare a tutto ciò che li fa stare male.
Ricordiamo che l’invito alla distrazione in questi casi non è sempre funzionale: nel momento in cui si è costretti ad affrontare una situazione di difficoltà, bisogna letteralmente fare a botte con la propria sofferenza.
Soltanto scontrandosi con tutto ciò che fa stare male si può dare un senso a ciò che si prova. Un senso che renderà molto più semplice il processo di accettazione e di trasformazione delle dinamiche negative in dinamiche funzionali al cambiamento. Detto in altre parole, solo se ci diamo il permesso di stare male e di attraversare quella sofferenza che spesso rifuggiamo in quanto dinamica inconscia dell’essere umano, possiamo riconquistare quella vitalità e quell’energia rinnovata. Diversamente, facciamo soltanto finta di stare bene, perché è proprio evitando il dolore che si mantiene un’omeostasi (equilibrio) di sofferenza.
Per fare un esempio pratico, è come quando abbiamo l’influenza e per andare al lavoro ci prendiamo una tachipirina e facciamo finta che vada tutto bene, anziché rimanere a casa a letto e dare al corpo il giusto tempo per riprendersi. È vero o no che ignorando i sintomi non facciamo altro che prolungare lo stato della patologia?
Se ti interessa approfondire l’argomento, ne parlo anche qui: Frasi per incoraggiare una persona malata di cancro: ecco perché i professionisti non dovrebbero mai usarle.
Le due facce della medaglia
Così come non è possibile vivere solo durante il giorno e illudersi che non esista la notte, non è possibile sforzarsi di pensare positivo senza fare i conti con l’altro lato della medaglia, quello della negatività. Viviamo in un mondo duale e bipolare, nel quale ogni cosa esiste proprio in virtù del suo opposto. È dalla tristezza che la gioia e la felicità traggono il loro valore; è osservando il male che ci rendiamo conto della necessità del bene; è facendo i conti con la morte che possiamo apprezzare la vita e imparare a viverla pienamente.
Come ci insegnano anche i principi del Taoismo e della medicina tradizionale cinese, pur essendo due concetti opposti, lo yin e lo yang non sono mai assoluti, perché contengono al loro interno l’uno una parte dell’altro.
In virtù di tutto questo è impossibile rifiutare il pensiero negativo a prescindere, perché anche al suo interno è contenuta la radice della positività.
Dal pensiero positivo al pensiero costruttivo: il Coaching Oncologico
Per limitare i danni delle teorie sul pensiero positivo, durante l’approccio con chi vive la malattia oncologica il professionista dovrebbe sempre fare leva sulla necessità di trasformare il pensiero in azione. Come insegno ai professionisti dell’aiuto che frequentano il Master in Coaching Oncologico, chi viene colpito dalla malattia ha dentro di sé un grosso carico di frustrazione e di sofferenza da elaborare, e il modo migliore per farlo è attraverso uno sforzo costante che va ben oltre la buona volontà o la voglia di ‘smettere di pensare’.
Per uscire dalla dinamica della malattia – dinamica che a volte permane nella persona anche dopo la guarigione del corpo – ed accompagnare la persona nel recupero del proprio benessere emotivo, anche dopo un percorso di malattia bisogna lavorare sodo su sé stessi, analizzare i propri bisogni, le dinamiche relazionali, e impegnarsi per costruire una nuova immagine di sé, senza negare o nascondere le cicatrici del corpo e dell’anima.
Cambiare l’esperienza della malattia è possibile, non soltanto con le parole o i pensieri, ma con esercizi pratici che permettono l’acquisizione di nuove consapevolezze.
Se hai voglia di scoprire qual è il metodo giusto per farlo, ti consiglio la lettura di Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione, un libro che cambierà radicalmente il tuo modo di intendere i concetti di malattia, salute e guarigione.