Nel mondo della relazione d’aiuto, l’ascolto empatico è spesso considerato il fondamento su cui si costruisce la comprensione e l’accoglienza. Tuttavia, quando si tratta di fornire assistenza paziente oncologico, il rapporto che si crea fra il professionista e l’assistito cambia radicalmente: sono tante, infatti, le trappole che possono minare la relazione e, dunque, mettere a rischio l’efficacia del percorso di supporto e affiancamento emotivo.
Su questo tema ho scritto di recente un articolo dal titolo “I 3 ostacoli all’efficacia del rapporto fra professionista e malato oncologico”: ti invito a leggerlo, se desideri migliorare l’efficacia del rapporto col tuo assistito.
In questo articolo vedremo insieme in quali aspetti pratici e metodologici l’ascolto attivo si differenzia da quello passivo e quali sono i motivi per cui un approccio sull’ascolto reattivo e sulla valutazione attenta risulta più efficace nel migliorare la relazione col malato oncologico. Infine, condividerò con te alcune delle strategie che insegno anche agli allievi del mio Master in Coaching Oncologico, per aiutarti a migliorare la qualità della relazione di assistenza al malato attraverso il Coaching Oncologico.
Indice dell'articolo
Assistenza malato oncologico: ascolto passivo vs ascolto attivo
Uno dei rischi più comuni, sia per il professionista della salute che per il malato oncologico, è quello di cadere nella trappola dell’ascolto passivo. Nell’ambito dell’assistenza al malato oncologico, l’ascolto è spesso considerato dai professionisti – counselor, psicologi, operatori olistici, medici, infermieri, farmacisti e tutti coloro sono quotidianamente impegnati sul fronte della relazione d’aiuto – come uno strumento essenziale per comprendere le esigenze dei malati e per fornire loro le indicazioni giuste.
Tuttavia, l’efficacia dell’approccio cambia in funzione del tipo di ascolto che viene adottato dal professionista.
Per prima cosa occorre fare un’importante distinzione tra ascolto “attivo” ed ascolto “passivo”.
L’ascolto “passivo” implica da parte del professionista la ricezione inerte delle informazioni fornite dal malato, ma non prevede un coinvolgimento attivo: in questo tipo di approccio il professionista si limita ad ascoltare ciò che il malato dice, senza reagire e non pone domande con il fine di elaborare un proprio giudizio o valutazione approfondita in merito.
Quando l’assistito è un malato oncologico, l’ascolto passivo può trasformarsi in un ostacolo insormontabile all’efficacia della relazione fra malato e professionista: chi affronta l’esperienza del cancro non manifesta solo sintomi fisici evidenti, ma si trova ad affrontare uno scenario emotivo particolarmente complesso e delicato, caratterizzato da paura, ansia, rabbia, tristezza, senso di colpa, frustrazione. Per comprendere questo universo sfaccettato di emozioni e sentimenti, il professionista non può limitarsi semplicemente all’ascolto passivo di ciò che il malato esprime volontariamente e consapevolmente, ma deve adottare un approccio attivo di ascolto e valutazione che vada in profondità e scavi sotto la superficie di ciò che è evidente per far emergere, invece, tutto ciò che esiste in maniera spesso inconscia.
Costruire la relazione basandosi solo sulle informazioni, che il malato sceglie di raccontare più o meno consapevolmente al proprio professionista di riferimento, impedisce al professionista della salute di cogliere appieno tutte le sfumature dell’esperienza oncologica, lasciando il proprio assistito privo del supporto e delle cure necessarie al processo di crescita personale e benessere emotivo.
Assistenza malato oncologico: l’Ascolto Attivo è la chiave per ottenere l’efficacia del rapporto col malato oncologico.
Uno dei concetti che cerco di trasmettere, sin dalle prime lezioni, ai professionisti della relazione di aiuto che frequentano il mio Master di I Livello in Coaching Oncologico è l’importanza di adottare con chi vive uno scenario di malattia e, soprattutto, con il malato oncologico, un approccio fondato sull’ascolto attivo. Limitarsi ad un approccio passivo, infatti, può rivelarsi controproducente a causa di 3 specifiche dinamiche negative che possono innescarsi e minare il rapporto fra professionista e assistito.
2.1. La Dinamica della Lamentela
Sin dal momento in cui vivi la malattia oncologica, il malato oncologico vive profondamente immerso in una realtà che gli dà, di per sé, tanti motivi per lamentarsi. La malattia stessa può legittimare questo atteggiamento: vivere l’esperienza del cancro è un evento traumatico, che sconvolge la persona sia sul piano fisico che emotivo e la getta in una spirale di emozioni contrastanti e difficili da gestire senza i giusti strumenti e la guida corretta.
In questo contesto, lasciare che il malato oncologico si concentri solo sugli aspetti negativi della propria malattia non è la strategia più efficace: la lamentela cronica può trasformarsi, infatti, in una sorta di trappola emotiva, in cui l’assistito si sente intrappolato nel proprio dolore e risulta incapace di vedere l’esperienza della malattia come una reale opportunità di cambiamento e crescita personale. Perseverare e crogiolarsi in un atteggiamento vittimistico fine a sé stesso limita la capacità del malato oncologico di adattarsi alla situazione e di affrontare proattivamente la malattia, sfruttando tutte le risorse mentali ed emotive di cui è in possesso. Inoltre, focalizzarsi costantemente solo sugli aspetti negativi può alimentare un circolo vizioso di stress, ansia e depressione, che a sua volta impatta negativamente sulla risposta del sistema immunitario e sul successo del processo di crescita e benessere emotivo.
La lamentela sottrae, sia al malato che al professionista che si lascia passivamente trascinare nel loop, le energie necessarie ad intraprendere il percorso di supporto e affiancamento.
2.2 La Richiesta di Attenzione
Il professionista che fornisce assistenza al malato oncologico deve tenere presente che la malattia è di per sé una richiesta di attenzione. Questa dinamica diventa ancora più forte e difficile da contenere quando la malattia è di tipo oncologico: più grande è il problema percepito, maggiore sarà infatti il bisogno di attenzione.
Soddisfare, assecondare e compiacere indiscriminatamente questa richiesta di attenzione del malato oncologico può innescare una sorta di “vortice emotivo negativo” in cui l’entità del problema percepito cresce e si ingigantisce a dismisura fino a risultare di gran lunga sproporzionato rispetto alla realtà. Questo rallenta il percorso di supporto e affiancamento.
2.3. Lo Stato di Confusione Mentale
Affrontare l’esperienza del cancro è un evento che scuote, sin dalle fondamenta, l’essere umano, gettandolo sin da subito in uno stato di disagio e di confusione mentale ed emotiva che sconvolge profondamente la realtà che egli è abituato a conoscere.
I controlli e le terapie sono solo la punta dell’iceberg di una serie di cambiamenti profondi che cancellano la routine quotidiana del malato e la destabilizzano. Assumere un approccio basato sull’ascolto passivo del malato senza fornire le indicazioni giuste ed assumere il ruolo di guida, rischia di nutrire e peggiorare la confusione del malato, anziché dissolverla. In un contesto di questo tipo, il professionista della salute potrebbe finire per amplificare il problema, invece che ridimensionarlo e restituirgli la giusta e corretta importanza.
3. Strategie pratiche per fornire la giusta assistenza malato oncologico
Alla luce di queste considerazioni qual è dunque la miglior strategia di intervento che il professionista della salute può adottare per aiutare in maniera efficace il malato oncologico?
L’esperienza e anni di formazione mi hanno insegnato che la risposta a questa domanda è il coaching oncologico, un approccio attivo, diretto ed estremamente pratico che permette al professionista di portare alla luce le dinamiche profonde dell’assistito e di condurlo con successo attraverso le tappe del percorso di supporto emotivo.
Gli strumenti chiave su cui questo approccio metodologico si basa sono le domande.
Invece di limitarsi ad ascoltare, il professionista della salute deve rivolgere al malato oncologico domande mirate, precise e concrete. Questo approccio dialogico ed interrogativo consente di andare dritti al punto, identificando i passi pratici da intraprendere sul piano relazionale e supportivo. L’obiettivo è abbattere le resistenze e le paure del malato e trasformarle in risorse preziose per reagire con positività all’esperienza della malattia.
3. 1 Il Potere delle Domande Mirate
Se ci pensi bene, porre al malato oncologico domande come “Quali sono le tue principali preoccupazioni in questo momento?”, “Quali azioni ti sembrano più difficili da intraprendere?” o “Come posso semplificare questo processo per te?” possono davvero illuminare il cammino del tuo assistito, offrendogli indicazioni pratiche per affrontare la sua malattia.
3.2. La Consapevolezza del Proprio Potere
Saper porre domande mirate, giuste e dirette è una competenza essenziale ed indispensabile per il professionista che vuole davvero supportare in maniera efficace il proprio assistito e fare la differenza nella vita di coloro che chiedono il suo aiuto.
Per dare i risultati sperati e diventare uno strumento potente, questa capacità va costantemente affinata, sviluppata ed allenata. A tal proposito invito tutti i professionisti della salute a prendere consapevolezza del proprio potere e dell’effetto che, attraverso il Coaching Oncologico, possono avere sulla vita dei loro assistiti.
Il vostro ruolo come professionisti non può essere solo quello di ascoltare chi avete di fronte, ma prima di tutto quello di guidare attivamente le persone che a voi si affidano, fornendo loro un supporto mirato che rispetti e analizzi la complessità dell’esperienza oncologica in toto.
In conclusione, la trappola dell’ascolto passivo può essere superata acquisendo una consapevolezza più profonda e matura del contesto oncologico. Ciò che ti serve è la forza di accogliere, con coraggio, l’invito al cambiamento e all’azione.
E’ arrivato il momento di accogliere l’invito alla Consapevolezza e all’Azione.
Se hai trovato utile questo articolo, lascia un commento e condividilo con tutti coloro che, con te, condividono il desiderio di essere davvero d’aiuto a chi vive uno scenario di malattia, in particolare oncologica. Aiutami a diffondere la consapevolezza e a costruire un futuro di professionisti più formati, efficaci, sicuri e capaci di lasciare un’impronta profonda ed importante nella vita dei loro assistiti.
E’ ora di cambiare un presente in cui la malattia viene vista solo come un’esperienza negativa da subire e da accettare passivamente e di valorizzarla e riabilitarla agli occhi di tutti come l’opportunità trasformativa incredibile che è in realtà.
Se senti dentro di te il bisogno di fare davvero la differenza nella vita delle persone e hai voglia di intraprendere un percorso di crescita personale e professionale che parta prima di tutto da te stesso, iscriviti ora al Master di I livello in Coaching Oncologico: potrai realizzare i tuoi traguardi e diventare il professionista della relazione d’aiuto che sogni di essere: sicuro, efficace, ma soprattutto appagato, stimato e apprezzato da tutti.