Professionisti della relazione d'aiuto e lo stress da lavoro correlato

Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto

Alcune figure professionali sono soggette allo stress da lavoro correlato più di altre.

Svolgere il proprio lavoro in solitudine o in un ambiente nel quale gli scambi interpersonali sono ridotti al minimo è sicuramente diverso dallo svolgere un lavoro in cui si è a stretto contatto con il pubblico o si ricoprono ruoli di alta responsabilità.

Eccezionale è in tal senso il ruolo dei professionisti della relazione d’aiuto. Essi, infatti, oltre ad avere delle importanti incombenze da rispettare, si rapportano quotidianamente con persone che vivono momenti di sofferenza.

Medici, infermieri, farmacisti, operatori socio-sanitari, ma anche life coach, caregiver e moltissime altre categorie di lavoratori hanno continue relazioni con persone che vivono conflitti interiori e che necessitano dell’aiuto di un professionista che sappia guidarli nel processo di elaborazione della sofferenza. Per loro, quindi, il rischio di incorrere in una condizione di stress legata al lavoro è sempre dietro l’angolo.

In questo articolo vedremo insieme cosa si intende per stress da lavoro correlato, quali sono le ragioni profonde che lo determinano e perché può rivelarsi estremamente dannoso non solo nei confronti dei professionisti della relazione d’aiuto, ma anche di tutti coloro che a questi stessi professionisti si rivolgono per chiedere assistenza.

Cosa si intende per stress da lavoro correlato

Per stress da lavoro correlato si intende una condizione particolare di squilibrio avvertita da un lavoratore nel momento in cui l’ambiente lavorativo diventa fonte di sofferenza. Le conseguenze di tale fenomeno possono essere molteplici e incidere negativamente sia nell’ambito professionale sia nella vita privata.

Questa condizione di stress può manifestarsi tramite disagi fisici, psicologici e sociali: segnali dello stress da lavoro correlato possono essere, ad esempio, ansia diffusa, disturbi del sonno, stanchezza, irritazione, tutta una serie di fattori connessi allo bassa energia emotiva e segnali fisici di varia natura.

Stress da lavoro correlato: possibili cause

I disturbi da stress da lavoro correlato possono dipendere da diversi fattori stressanti. Le cause più comuni e più semplici da rilevare sono:

  • ambienti di lavoro poco accoglienti, magari troppo lontani o difficili da raggiungere;
  • attrezzature non adatte all’uso;
  • orari e turni lavorativi particolarmente lunghi e poco flessibili;
  • avere la percezione di essere poco adatti al ruolo che si ricopre;
  • non sentirsi sufficientemente apprezzati e retribuiti;
  • avere la certezza di non poter avanzare a livello professionale;
  • vivere nel terrore di perdere il lavoro da un momento all’altro.

Tutti questi fattori possono essere grandi disincentivi e fonti di ansia da non sottovalutare mai, ancora di più in un momento critico come quello attuale.

Ma una delle cause sottese, e spesso sottovalutata nonostante sia la più rilevante dello stress da lavoro correlato, è da ricercare nel contesto in cui il lavoratore opera, e specialmente nelle relazioni che intrattiene con i suoi superiori e i suoi colleghi da un lato, ma anche e soprattutto con le persone con le quali entra in contatto ogni giorno proprio per la natura del lavoro che svolge.

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Stress da lavoro correlato: perché i professionisti della relazione d’aiuto sono i soggetti più a rischio

Medici, infermieri, operatori socio-sanitari, farmacisti, psicologi, psicoterapeuti, coach, operatori olistici, insieme a tutti i professionisti della relazione d’aiuto, rischiano di incorrere in una condizione di stress legata al lavoro con molta più probabilità rispetto ad altre tipologie di lavoratori.

Lavorando tutti i giorni con persone che hanno bisogno del loro supporto – a volte anche per questioni funzionali alla sopravvivenza – questi professionisti spesso subiscono pesantemente le conseguenze dello stress causato dal contatto con la sofferenza altrui. Una sofferenza che gli assistiti non riescono ancora a gestire completamente o che hanno necessità di esternare per un approccio di accompagnamento.

C’è da precisare, però, che le relazioni con gli altri sono la principale causa di stress per tutti noi, e non soltanto per i professionisti della relazione d’aiuto. Queste figure, però, a differenza di tutti gli altri hanno un sovraccarico di stress perché, oltre a quelle delle relazioni più strette e familiari, devono imparare a gestire al meglio le difficoltà di gestione delle relazioni con i loro assistiti che, come dicevamo sopra, hanno molto spesso una carica emotiva ed energetica bassa e disfunzionale.

Saper controllare tutto è fondamentale se il professionista vuole evitare di portarsi a casa il carico emotivo dell’assistito e le frustrazioni annesse.

Ma da dove nasce questo carico di responsabilità che il professionista della relazione d’aiuto ha sulle sue spalle?

Vediamolo insieme.

Il bisogno di riconoscimento e approvazione

Il bisogno di riconoscimento e approvazione è uno dei bisogni chiave dell’essere umano. Nasce insieme a noi ed è la leva che ci spinge a compiere determinate azioni con lo scopo di essere accettati, amati e voluti dalle persone che ci circondano, a partire proprio dai primi giorni di vita.

Ricevere una gratificazione dall’esterno è uno dei motori più potenti per l’uomo: quando sentiamo di essere apprezzati per chi siamo e per ciò che facciamo, quando ci sentiamo utili, in grado di migliorare – o addirittura salvare – la vita delle persone, allora ricompensiamo quel bisogno inappagato ricevendo benefici immediati.

Gran parte dei professionisti della relazione d’aiuto sceglie di intraprendere un mestiere così tanto importante e significativo (anche a livello di status sociale) proprio per colmare attraverso la gratificazione un bisogno di riconoscimento inappagato e inespresso.

Quando la vocazione nasconde un vuoto più difficile da colmare

Capita spesso di sentire medici, infermieri e professionisti dell’aiuto dichiarare di aver intrapreso la carriera per vocazione, con l’unico scopo di mettersi al servizio del prossimo senza pretendere nulla in cambio. La realtà, però, spesso è meno poetica.

Ci sono schiere e schiere di professionisti che intraprendono una carriera in ambito medico per continuità nei confronti delle figure genitoriali o addirittura spinti dalla sola voglia di rendere orgogliosi parenti e amici, e non per passione o reale interesse. Questi comportamenti vengono attuati inconsciamente, spesso per colmare mancanze che risalgono ai tempi dell’infanzia.

Al tempo stesso, un simile meccanismo riguarda anche coloro che scelgono questo lavoro di relazione d’aiuto come missione di vita, e quindi come scelta ‘consapevole’, in un’età non più così giovane.

Pur essendo sicuri e scegliendo personalmente questa strada, alla base hanno sempre un forte bisogno di riconoscimento che si collega molto spesso a un riscatto, a un dimostrare che si può avere successo nonostante tutto, qualora si siano avuti fallimenti o esperienze poco soddisfacenti in passato. Lo stesso può accadere per dimostrare a sé stessi che si è davvero in grado di seguire la propria strada.

Tutto onorevole e sintomo già di un lavoro interiore, ma sempre con l’insidia sottesa del bisogno che si va a soddisfare.

La dinamica ridondante determinata dal bisogno di approvazione spinge tutti – e non solo i professionisti – a ricoprire un particolare ruolo all’interno dei gruppi sociali: chi cerca la gratificazione altrui è spesso la persona perennemente disponibile, quella che si prodiga per risolvere situazioni e mitigare conflitti, mettendo sé stessa e le proprie necessità sempre in secondo piano. Quante volte il professionista della relazione di aiuto ha la ‘sindrome della crocerossina’ o ‘della Giovanna D’Arco’, dimostrandosi pronto a risolvere i problemi altrui sacrificando sé stesso?

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La dipendenza dal potere personale

Un altro elemento importante che spinge medici e professionisti della relazione d’aiuto a intraprendere questa carriera è da ricondurre al potere sorprendente delle endorfine, meglio conosciute come ‘ormoni della felicità’.

Chi ricopre un ruolo di responsabilità all’interno di un qualsiasi contesto sociale nel momento in cui prende una decisione importante, viene ricompensato per uno sforzo o elogiato per delle particolari competenze messe in campo riceve una scarica di endorfine in grado di provocare subito uno stato di diffuso benessere.

Per una questione di adattamento e di sopravvivenza, noi esseri umani siamo portati inconsciamente a ricercare le sensazioni che ci provocano più soddisfazione a livello fisico e mentale, per replicare gli stessi schemi e ricevere gli stessi benefici.

Questo spiega anche il comportamento di alcuni medici che, in diversi contesti e in svariate occasioni, attraverso il loro modo di fare lasciano emergere le tracce di un ego spropositato.

Per quanto automatici, però, dobbiamo chiederci fino a che punto atteggiamenti simili possano essere davvero funzionali per gli assistiti.

Analizzare i propri bisogni per eliminare i rischi dello stress da lavoro correlato

Una delle prime cose che insegno ai professionisti che frequentano il Master in Coaching Oncologico è imparare a riconoscere le dinamiche disfunzionali generate dai bisogni insoddisfatti. Una volta analizzate e una volta compreso il nucleo dal quale questi meccanismi traggono nutrimento, il professionista può realizzare finalmente un percorso di crescita personale prima ancora che professionale. Entrambi i percorsi, infatti, sono strettamente correlati tra loro.

È importante che queste figure siano in grado di fare i conti con la propria sofferenza per elaborarla e attraversarla. Solo in questo modo potranno imparare a elaborare il proprio vissuto, e di conseguenza a prendersi cura di quelle degli altri.

Chi non riesce a realizzare la sua personale percorso di crescita interiore e spirituale difficilmente sarà in grado di indirizzare gli altri o aiutarli a intraprendere un percorso di miglioramento e crescita personale.

Per approfondire l’argomento, nell’articolo Come comportarsi con un malato di cancro durante lo svolgimento della propria professione parlo dell’importanza di analizzare sé stessi per (e prima di) analizzare gli altri.

Eliminare lo stress da lavoro correlato è possibile?

Lo stress da lavoro correlato, come abbiamo visto, è una condizione problematica spesso difficile da riconoscere e approfondire. Per evitare di incorrere in questo rischio, è necessario che il professionista della relazione d’aiuto sappia lavorare prima di tutto sui meccanismi disfunzionali che determinano sia il suo metodo lavorativo sia le sue dinamiche personali.

Ad esempio, deve comprendere meglio di ogni altro di avere dei limiti e impegnarsi a rispettarli, senza eccedere mai. Deve porre dei confini netti tra lavoro e vita privata, e non permettere agli assistiti di mettere in discussione queste limitazioni.

Sforzarsi di essere sempre a disposizione degli altri, anche al di fuori dell’orario di lavoro, ha delle conseguenze negative sullo stile di vita del professionista e dei suoi familiari. Un comportamento simile, inoltre, non assicura un servizio efficace: un professionista stanco non sarà mai un professionista attento.

Essere consapevoli delle proprie debolezze e ammettere di non poter essere costantemente efficienti, impeccabili e soprattutto instancabili non ci rende meno autorevoli. Approcciarsi agli altri senza la pretesa di avere il controllo di ogni cosa, al contrario, rende la relazione con l’assistito più funzionale per entrambi.

Il professionista sicuro di sé e consapevole dei propri limiti sarà sicuramente in grado di eliminare completamente il rischio di incorrere in un stanchezza emotiva dovuta alla professione.

Master in Coaching Oncologico

Imparare a gestire la propria e l’altrui sofferenza è possibile.

Se vuoi diventare un professionista della relazione d’aiuto e fare la differenza nella vita dei tuoi assistiti, o se lo sei già e vuoi migliorare la tua comunicazione e accrescere l’efficacia del tuo aiuto, iscrivendoti al Master in Coaching Oncologico potrai acquisire un metodo pratico in grado di portare la persona sulla strada della crescita emotiva.

Come ha fatto Karla Amaya, ginecologa oncologa che, grazie alla specializzazione in Coaching Oncologico, ha migliorato la comunicazione e la relazione con le sue pazienti a 360 gradi.

Parlo di questi temi all'interno del Master in Coaching Oncologico

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