Il dolore è un elemento rilevante per il benessere della persona. Una corretta valutazione di un danno può sicuramente aiutare un professionista della relazione d’aiuto sia nella strutturazione di un percorso di supporto sia nel tracciamento di eventuali cambiamenti, in positivo o in negativo.
Come si può manifestare una variazione della percezione del benessere se non attraverso una quantificazione sommaria del dolore o del benessere?
Tracciare, misurare e dare una determinazione numerica a uno stato di sofferenza, tuttavia, non potrà mai fornire al professionista un’idea chiara del grado di dolore o di sollievo del suo assistito. Ci sono molte variabili che è opportuno tenere in considerazione nel momento in cui si fa una valutazione. Variabili che le scale di valutazione del dolore spesso ignorano del tutto.
In questo articolo vedremo nel dettaglio cosa sono le scale di valutazione del dolore e perché utilizzarle potrebbe mettere seriamente a rischio l’efficacia di una terapia.
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Scale di valutazione del dolore: cosa sono e quali sono le più utilizzate
Per tradurre numericamente l’intensità di un dolore percepito, molti professionisti ricorrono alle scale di valutazione del dolore. Per riconoscere e imparare a gestire uno stato di sofferenza, infatti, è necessario che il medico o il professionista della relazione d’aiuto abbia a disposizione una serie di informazioni fornite dall’assistito relative sia all’intensità del dolore sia al sollievo nello stesso dolore.
Una comunicazione efficace facilita il supporto alla persona e la sua consapevolezza, oltre che migliorare sensibilmente il coinvolgimento attivo della persona nel suo percorso di benessere.
Esistono diverse scale di valutazione del dolore. Le più utilizzate sono quelle numeriche, con parametri che vanno da 0, a cui corrisponde la totale assenza di dolore, a 10, ovvero il massimo dolore percepibile.
Altre scale di valutazione del dolore sono quelle verbali, i cui parametri sono semplici aggettivi, e la Wong-Baker FACES Pain Rating Scale, composta da sei faccine disegnate, utilizzata soprattutto per aiutare bambini molto piccoli a valutare l’intensità del dolore.
I limiti delle scale di valutazione del dolore
Per quanto sia necessario per alcuni professionisti avere a disposizione una valutazione del dolore immediata e quanto più oggettiva possibile, affidarsi completamente alle scale di valutazione può generare ulteriori complicazioni.
Pur trattandosi di una procedura rapida e semplice, chiedere a un assistito di quantificare il grado di intensità del dolore che prova non potrà mai produrre un risultato attendibile. Nelle scale di valutazione del dolore verbali, ad esempio, la scelta di un aggettivo piuttosto che di un altro potrebbe essere determinata da fattori soggettivi, così come la scelta delle faccine nella Wong-Baker FACES Pain Rating Scale. Questo perché per alcuni potrebbe essere difficile distinguere un dolore lieve da uno molto lieve, o riconoscerne uno ‘moderato’.
Avere un limitato numero di aggettivi a disposizione per descrivere quello che si prova può condizionare fortemente la persona nel momento della valutazione.
A prescindere dal tipo di scala di valutazione del dolore che si utilizza, poi, i professionisti dovrebbero tenere in considerazione la capacità di astrazione e di valutazione dei propri assistiti. Bambini molto piccoli o persone con disturbi cognitivi potrebbero non essere in grado di comunicare uno stato di sofferenza fisica o, ancora peggio, psicologica.
Ciò che spesso si sottovaluta, inoltre, è lo stato di confusione nel quale si trova la mente della persona. In chi sta male e prova un dolore fisico spesso non ci sono lucidità e obiettività.
Per non parlare del livello di sopportazione del dolore, totalmente soggettivo e diverso da persona a persona. A ognuno di noi sarà capitato di vedere come, con un semplice stato di influenza e con sintomi comuni, alcune persone reagiscono con continue lamentele, mentre altre continuano a vivere la vita di tutti i giorni senza neanche la parvenza di un disagio.
L’incomunicabilità di uno stato di sofferenza
Valutare l’intensità della propria sofferenza è un’operazione complicata per chiunque. Esistono migliaia di sfumature diverse e trovare il modo giusto di esprimere concetti così astratti a volte può essere impossibile. Il dolore è un’esperienza assolutamente personale e soggettiva: nessuna definizione o quantificazione potrà mai comprenderne l’entità o il grado di intensità.
A volte persino chi prova uno stato di sofferenza in prima persona fa fatica a riconoscere il dolore, a comprenderne la provenienza o a stabilire su una scala da 0 a 10 quanto è intenso.
Il livello di sopportazione del dolore non solo varia da persona a persona, ma anche dal contesto nel quale ci si trova al momento della valutazione. Alcuni assistiti, inoltre, potrebbero nascondere volutamente uno stato di sofferenza per paura o timore di generare panico e preoccupazione in coloro che sono al loro fianco.
Può una scala di valutazione del dolore, per quanto precisa e dettagliata, tenere in considerazione tutte queste variabili?
Il dolore invisibile
Affidarsi in maniera eccessiva alle scale di valutazione del dolore può portare un professionista della relazione d’aiuto a ignorare un elemento decisivo e importantissimo, soprattutto ai fini dell’efficacia del percorso di affiancamento: il malessere emotivo può influenzare la qualità della vita della persona.
Trattandosi di una sofferenza che si manifesta in maniera silente e invisibile, a volte il dolore psicologico viene trascurato o considerato secondario. Eppure, il patimento mentale ed emotivo concorre allo stato patologico, aumentando ed enfatizzando i sintomi fisici.
Le tradizionali scale di valutazione del dolore ignorano questo dolore invisibile. Ricordiamo che la sofferenza mentale è invalidante esattamente quanto quella fisica – se non di più – ed è in grado di generare traumi e danni anche di carattere cronico.
Il professionista ben formato, che ha a che fare con una persona che ha attraversato il tumore sa bene quanto la stessa, nonostante sia in uno stato dove la malattia è regredita e non c’è più evidenza clinica, abbia costantemente il pensiero focalizzato sulla paura di recidive, ricollegando ogni sintomo che si manifesta alla malattia stessa. I sintomi più generali e innocui diventano in questo modo incubi inconfessabili che la mantengono in uno stato costante di stress.
Per approfondire l’argomento, leggi anche Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai pazienti.
Sistema mente-corpo
Il corpo umano non funziona per compartimenti stagni, ma è un sistema che va considerato sempre nella sua totalità. Ciò che accade al corpo non riguarda mai soltanto lui, così come le emozioni, i pensieri e tutte le dinamiche che caratterizzano la nostra interiorità non sono mai soltanto dei concetti astratti.
Come scrivo nell’articolo Di cosa si nutre il cancro, alcune malattie croniche come i tumori traggono il loro nutrimento da una serie di fattori. Pensieri, frustrazioni e dinamiche ridondanti possono generare situazioni di stress e incidere negativamente sullo stato di salute generale della persona.
Se è vero che il corpo ha la capacità di mandare un messaggio di dolore alla mente, è anche vero che la mente può generare sofferenza e amplificare la percezione del dolore fisico. E il dolore fisico persistente a sua volta può accrescere nell’assistito un senso di ansia e frustrazione, contribuendo a innalzare ulteriormente il livello di stress.
In questo sistema complesso, ogni stimolo che proviene dalla mente o dal corpo può contribuire al peggioramento di un qualsiasi stato patologico.
Nell’articolo Come affrontare il cancro superando i pregiudizi e le paure approfondisco il tema delle profezie autoavveranti e spiego in che modo le aspettative del malato nei confronti del percorso oncologico hanno il potere di influenzare l’efficacia del percorso di affiancamento emotivo stesso.
L’importanza del dolore mentale ed emotivo
A prescindere da quali scale di valutazione del dolore e da quali parametri un professionista della relazione d’aiuto sceglie di utilizzare, nel momento in cui si chiede a un assistito una stima dell’intensità di uno stato di sofferenza, il dolore mentale ed emotivo dovrebbe essere il primo elemento da prendere in considerazione.
Chi non ha una mente lucida, soprattutto in un momento particolarmente critico, non ha nemmeno la capacità emotiva necessaria per gestire il dolore fisico.
Lo stress e alcuni disturbi che caratterizzano uno stato depressivo sono altamente invalidanti e possono compromettere la capacità di svolgere anche le attività più banali, come fare la spesa o addirittura lavarsi.
Il professionista che focalizza la sua attenzione soltanto sul dato visibile e sulla valutazione del dolore localizzato provocato da una ferita o da un trauma evidente corre il rischio di lasciare aperte nella persona ben altre ferite, più profonde e di conseguenza più difficili da valutare.
Leggi anche: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale.
Il professionista della relazione d’aiuto e la valutazione del dolore
Per far fronte al problema del dolore difficile da esprimere o addirittura nascosto anche agli occhi dello stesso assistito, il professionista della relazione d’aiuto dovrebbe essere in grado di individuare sempre, e prima che sia troppo tardi, tutte le manifestazioni visibili e invisibili di uno stato di sofferenza.
Per quanto possa sembrare efficace una scala di valutazione del dolore, nel momento della formulazione di una migliore comprensione dello stato emotivo della persona completa una serie di domande mirate e l’ascolto attivo possono fornire al professionista molte più risposte utili.
In casi come questi, la fiducia nei confronti dell’operatore è fondamentale e può davvero cambiare il modo in cui l’assistito si pone nei confronti della terapia, e di conseguenza nei confronti del suo dolore.
Se sei un professionista della relazione d’aiuto e senti il bisogno di migliorare la tua comunicazione e perfezionare l’approccio che hai con i tuoi assistiti, frequentando il Master in Coaching Oncologico avrai la possibilità di comprendere quali sono gli errori più comuni che spesso vengono commessi nel momento in cui si determina una migliore comprensione dello stato emotivo della personae si stabilisce un piano terapeutico.
Avrai inoltre la possibilità di imparare quali sono le tecniche di gestione delle emozioni più semplici ed efficaci da trasmettere ai tuoi assistiti per aiutarli ad affrontare con consapevolezza momenti particolarmente critici e indirizzarli sulla strada giusta verso il raggiungimento di un equilibrio interiore, non solo del corpo ma anche della mente e dello spirito.
Alessandro Marzetti, medico dentista, grazie al Master in Coaching Oncologico ha imparato a gestire i suoi assistiti in maniera totalmente diversa rispetto al passato, migliorando la qualità del suo lavoro e riuscendo anche a dedicarsi alla sua personale prevenzione primaria.
La ginecologa e oncologa Karla Amaya, invece, è riuscita ad acquisire finalmente un approccio e un metodo concreto che, anche in pochi minuti, le permette di avere una visione completa delle difficoltà dei suoi assistiti, in modo tale da offrire un ascolto empatico e strumenti per migliorare la gestione delle emozioni.