Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai malati

Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai malati

Essere a conoscenza di quelle che sono le tecniche più efficaci di gestione dello stress è un grande vantaggio per tutti, e non soltanto per chi si trova ad affrontare un momento particolarmente difficile della vita come può essere l’esperienza della malattia cronica.

Lo stress, purtroppo, è un meccanismo disfunzionale molto comune e quasi sempre presente nelle nostre vite. Ma se in apparenza può sembrare semplice riuscire a gestire una condizione di stress dal carattere transitorio, vivere in una situazione cronicamente stressante può mettere a dura prova la stabilità emotiva di ognuno di noi, a maggior ragione quella di chi ha uno stato di salute già compromesso.

Per questo motivo è importante che medici e professionisti della relazione d’aiuto siano in grado di insegnare le tecniche di gestione dello stress ai loro assistiti per ragioni sia di carattere funzionale sia lavorativo.

In questo articolo vedremo insieme i 3 motivi per cui è importante insegnare ai pazienti le più efficaci tecniche di gestione dello stress e quali sono i vantaggi che si possono ottenere nel breve e nel lungo periodo.

Se vuoi approfondire l’argomento, leggi anche: Come comportarsi con un malato di cancro durante lo svolgimento della propria professione.

1. Insegnare le tecniche di gestione dello stress ai pazienti rende costruttivo un percorso di guarigione

Un professionista che assiste una persona incapace di gestire uno stato emotivo particolarmente negativo può incontrare diverse difficoltà nell’approccio. Sappiamo bene quanto sia faticoso entrare in connessione con una persona incapace di venir fuori da uno stato emotivo di down e quanto le sue vibrazioni basse invadano e avvolgano tutti coloro che sono a stretto contatto con lei.

Il paziente che non è in grado di gestire lo stress che prova, infatti, si trova spesso in una condizione nella quale prende il sopravvento uno stato vittimistico.

Cedere alla dinamica della lamentela e del piagnisteo, però, è sempre una richiesta d’attenzione che il professionista non deve mai sottovalutare e a cui non deve sottostare se vuole preservare la sua energia e la sua efficacia.

Un’esperienza così travolgente come la malattia può scombussolare ogni aspetto della vita, specialmente se non si affronta il percorso di affiancamento e supporto con gli strumenti giusti.

Il professionista della relazione d’aiuto ha un compito fondamentale per il suo e altrui bene: insegnare alla persona come trasformare le emozioni, i pensieri e le vibrazioni negative in emozioni, pensieri e vibrazioni non solo positive ma anche, e soprattutto, funzionali al supporto.

Insegnare al paziente il modo migliore per gestire una situazione di stress, quindi, è utile per spingerlo a adottare uno stato d’animo proattivo, consapevole e predisposto al cambiamento. È proprio mettendo in discussione sé stessi e ciò che si prova che si impara a gestire le proprie emozioni, e di conseguenza a tenere sotto controllo stress e ansie nel momento critico in cui vengono a galla.

Una volta appreso questo concetto, il percorso di guarigione può davvero diventare costruttivo e produrre subito i suoi frutti.

2. Imparare a gestire lo stress permette di acquisire autonomia

Entrare in contatto con un paziente apparentemente incapace di controllare le proprie emozioni può essere davvero faticoso per un professionista della relazione d’aiuto.

Quando il paziente non sembra disposto ad accettare l’idea del cambiamento per paura, incapacità o, magari, per sfiducia nei confronti del professionista, il rischio di vanificare ogni sforzo è sempre dietro l’angolo.

Quando non c’è una reale comunione di intenti tra assistente e assistito è come se essi parlassero due lingue diverse e incomprensibili.

Il professionista della relazione d’aiuto deve essere capace di conquistare la fiducia del paziente e, per farlo, deve necessariamente mostrare di avere fiducia in lui e nelle sue capacità.

Come insegno anche nel Master in Coaching Oncologico, dare potere personale e responsabilizzare chi vive uno scenario di malattia è uno degli obiettivi chiave da raggiungere se si vuole davvero fare la differenza nella sua vita.

Insegnare le tecniche di gestione dello stress ai pazienti, dunque, aiuta chi soffre a muoversi con sempre maggiore autonomia e a non temere crolli improvvisi o ricadute. Acquisendo sicurezza e responsabilità, l’assistito avrà a disposizione un ampio pacchetto di competenze e sarà in grado di gestire le difficoltà anche quando non avrà a disposizione l’aiuto immediato del medico, del caregiver o del professionista.

Oltre che rendere il lavoro più fluido ed efficace, insegnare a gestire lo stress e a rendere autonomi i pazienti è utile per evitare che tra assistente e assistito possa crearsi un vero e proprio rapporto di dipendenza, talvolta anche affettiva.

Il malato che non ha gli strumenti giusti per affrontare momenti particolarmente difficili spesso non prova neanche a mettere in pratica quanto gli è stato detto perché sa di potersi rivolgere al professionista, sa di trovare nel medico o in chi per lui un supporto costante, e di conseguenza si convince di non doversi preoccupare troppo per ciò che gli accade.

Questo rapporto è del tutto disfunzionale: la figura del professionista deve essere sempre un punto di riferimento, ed è bene che ci sia, certo, ma non può pretendere di risolvere tutti i problemi dell’assistito o essere presente costantemente nella sua vita. Anche perché uno scenario simile non sarebbe neanche concretamente realizzabile.

Inoltre, ricordiamoci sempre che noi professionisti siamo dei mezzi, degli strumenti, attraverso i quali le persone potranno compiere quella trasformazione che noi stessi abbiamo precedentemente compiuto.

Come sempre, in ogni situazione l’importante è riuscire a trovare un giusto equilibrio.

3. Insegnare le tecniche di gestione dello stress è utile per migliorare la qualità della vita del paziente a 360 gradi

Il paziente che impara a mettere in atto le tecniche più efficaci per gestire situazioni di crisi acquisisce maggiore sicurezza in sé stesso e nelle sue capacità. Diventa proattivo, disposto a mettersi in discussione e capace di affrontare ogni situazione della vita, non solo quelle legate al percorso di affiancamento e supporto emotivo. E sarà anche in grado di trasmettere quanto appreso agli altri, fornendo un aiuto concreto e un sostegno nel momento del bisogno.

Questo stato d’animo propositivo rende il lavoro fatto accanto a un professionista più efficace e soddisfacente. Dal canto suo, lo stesso professionista verrà ricompensato nel vedere la felicità del suo assistito e la gioia provata per ogni singolo traguardo raggiunto.

Un paziente riconoscente e appagato dalla relazione con il professionista con molta probabilità continuerà a considerare il medico, il caregiver o la persona che l’ha affiancato con competenza e professionalità come un punto di riferimento nel breve e nel lungo periodo. Quasi certamente tornerà a farsi sentire per richiedere un aiuto, un consiglio, per fare un saluto riconoscente o semplicemente per renderlo partecipe di un miglioramento ottenuto.

A quanti medici o caregivers capita di ricevere messaggi di stima e riconoscimento da un assistito anche molto tempo dopo la fine di un percorso?

Il professionista, ricordiamolo, a volte deve anche ricoprire il ruolo dell’insegnante, e come tale ha il dovere di ‘lasciare un segno’ nella vita della persona. Che sia una consapevolezza, un’indicazione o un semplice consiglio non importa: l’importante è riuscire davvero a fare la differenza.

Credo profondamente che non ci sia vittoria più grande di vedere le persone libere di vivere la loro vita in armonia grazie agli strumenti che tu gli hai fornito.

Dal punto di vista del professionista non si tratta di semplice ‘fidelizzazione’ del paziente, ma di una vera e propria relazione profonda con chi affronta la malattia; relazione salda e immutabile nel tempo perché fondata su un comune e meraviglioso obiettivo: migliorare la vita oltre il percorso oncologico.

Parlo di questi temi all'interno del Master in Coaching Oncologico

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