Le differenze nell'approccio professionale dell'atteggiamento vittimistico e proattivo

Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale

Per un professionista della relazione d’aiuto c’è una sostanziale differenza tra lavorare con una persona in preda alla dinamica del vittimismo e lavorare con un’altra spinta dalla volontà di mettersi davvero in discussione.

Per quanto sia un evento stravolgente per tutti, si può reagire alla malattia in diversi modi. Il contesto di provenienza, l’imprinting, il carattere o le esperienze vissute in passato possono determinare lo stato d’animo della persona, rendendola vittima o proattiva. Queste due tipologie di atteggiamento, inoltre, condizionano il rapporto tra professionista della relazione d’aiuto e malato, mettendo talvolta a repentaglio l’efficienza e la qualità dell’approccio.

In questo articolo vedremo insieme qual è la differenza tra atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo, e in che modo il professionista della relazione d’aiuto può determinare un cambio di attitudine nel suo assistito.

Atteggiamento vittimistico

La persona con un atteggiamento vittimistico reagisce alla malattia con passività.

La malattia è un evento traumatico che stravolge improvvisamente la quotidianità di chiunque: cadere nella dinamica della lamentela e del vittimismo è una reazione normale che caratterizza spesso le prime fasi della malattia, e che va compresa e gestita dal soggetto in questione e da tutti coloro che lo affiancano.

Fare i conti con una patologia non è mai semplice, e non si può pretendere che tutti reagiscano con proattività. L’importante, però, è non permettere a questa dinamica ridondante di dominare lo stato emotivo della persona per troppo tempo, o addirittura per sempre.

Trasformare i meccanismi disfunzionali in meccanismi funzionali si può: attraverso un lavoro di scavo e di analisi delle proprie emozioni e dei propri bisogni inespressi con la guida di un professionista della relazione d’aiuto.

La lamentela e la passività non sono altro che una richiesta d’attenzione. Approfondire le ragioni che determinano la loro presenza può colmare il vuoto emotivo di chi le subisce e generare in lui maggiori consapevolezze.

Atteggiamento proattivo

Al contrario, chi dimostra di avere un atteggiamento proattivo inizia a mettersi in discussione, mostrando di avere un approccio meno impulsivo nei confronti della malattia.

Queste persone riescono a superare lo scoglio del vittimismo spinte dalla volontà di darle un senso più profondo e più grande. Hanno compreso a livello inconscio o conscio che la malattia, se è arrivata, è lì per dire loro qualcosa di importante.

Rispetto all’assistito con un atteggiamento vittimistico, chi è proattivo compie un fondamentale passo in avanti: piuttosto che considerarsi lo sfortunato bersaglio del destino, cerca di indagare le ragioni profonde che determinano ciò che è accaduto, con la convinzione che nulla nella vita arriva per caso.

Inizia a interrogarsi sul perché della malattia, e perché proprio in quel determinato momento della vita, senza mai chiedersi “perché proprio a me?”. Andando alla ricerca di tutte le possibili cause, si domanda dove ha sbagliato e dove sta sbagliando, cercando di trarre dal presente quanti più insegnamenti possibile.

Avendo a disposizione uno scenario più completo, chi ha un atteggiamento proattivo si dimostra spesso ben disposto nei confronti del professionista: sa di poter imparare tanto e desidera farlo il prima possibile.

Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze nell’approccio

La persona con un atteggiamento proattivo apprende con maggiore facilità le tecniche di gestione dello stress.

Nell’articolo Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai malati ho spiegato i motivi per i quali entrare in relazione con un essere umano in grado di avere il controllo sulle emozioni produce vantaggi nel breve e nel lungo periodo sia nel professionista sia nell’assistito.

Lavorare con persone che imparano a pensare in maniera costruttiva, che cercano sempre occasioni per risolvere conflitti, crescere e migliorare la propria vita rende l’approccio del professionista più fluido e semplice da gestire. Al contrario, coloro che si dimostrano spesso chiusi verso qualsiasi possibilità di cambiamento sono così abituati a richiedere attenzioni attraverso il meccanismo della lamentela che inconsciamente sono portati a replicare lo schema ridondante della sofferenza.

Il lavoro da fare per uscire da questa dinamica disfunzionale è necessario, anche se a volte doloroso, poiché presuppone l’accettazione e la consapevolezza di quanto fino a quel momento è stato fonte di creazione del proprio stato d’essere.

Per questo motivo sono richiesti coraggio, concentrazione e impegno per riuscire a trasformare questo meccanismo legato al dolore in uno legato al piacere, percorrendo l’unica strada possibile verso una completa e profonda guarigione.

Se hai voglia di approfondire l’argomento, nell’articolo Come aiutare un malato di cancro depresso parlo di quanto sia comune per chi vive uno scenario di malattia utilizzare il proprio dolore come rifugio e sviluppare, di conseguenza, una vera e propria abitudine alla sofferenza.

Trasformare un atteggiamento vittimistico in un atteggiamento proattivo è possibile?

Uscire da uno stato vittimistico, come abbiamo già detto, è assolutamente possibile a patto che ci sia da una parte la volontà stessa della persona, e dall’altra un professionista della relazione d’aiuto pronto e in grado di farle cambiare prospettiva nei confronti della malattia in poco tempo.

Chi affronta l’esperienza di una malattia cronica deve fare improvvisamente i conti con nuove incombenze, nuove sofferenze e, in momenti come questo, lasciarsi prendere dalla sfiducia nei confronti di sé stessi e del mondo è una trappola nella quale si cade con estrema facilità. I professionisti devono tenere in grande considerazione tutti questi atteggiamenti.

Inoltre, le persone spesso non riescono a superare la fase della lamentela perché trovano nell’ambiente esterno sempre nuove conferme alla loro passività.

Come spiego nell’articolo Frasi per incoraggiare una persona malata di cancro: ecco perché i professionisti non dovrebbero mai usarle, le frasi di cortesia, i “mi dispiace”, i “vedrai che andrà bene, stai tranquillo”, oltre che minimizzare il dolore, creano in chi le riceve un vortice di autocommiserazione e sfiducia che si alimenta da solo.

Esiste una via d’uscita a tutto questo?

Creazione del ‘pensiero costruttivo’

A chi frequenta il Master in Coaching Oncologico insegno la differenza tra ‘pensiero positivo’ e ‘pensiero costruttivo’.

Il pensiero positivo, quello vero, non si ottiene mai spinti dalle indicazioni di qualcuno che ci invita a essere ottimisti e vedere sempre il lato migliore delle cose che accadono, ma è il risultato di un processo.

Fermarsi al concetto del ‘pensiero positivo’, però, potrebbe non essere sufficiente per un processo di crescita e miglioramento, perché un conto è essere consapevoli delle cose negative che accadono e cercare di essere positivi, un altro è essere in grado di elaborarle e convertirle in qualcosa di funzionale per sé stessi. Questo scatto in avanti, che avviene attraverso quello che io chiamo ‘pensiero costruttivo’, è fondamentale se si vogliono trasformare le proprie dinamiche disfunzionali in vere e proprie risorse.

Il professionista della relazione d’aiuto deve comprendere a fondo questi meccanismi ed essere in grado di stimolare nella persona la spinta al cambiamento. Come può farlo? Attraverso l’ascolto attivo, alcune domande specifiche e tutta una serie di esercizi mirati che possano trasformare l’atteggiamento vittimistico in atteggiamento proattivo.

Il professionista può scegliere come e con chi lavorare?

Questa che potrebbe sembrare una domanda provocatoria, in realtà è un interrogativo che dovrebbe spingere alla riflessione tutti, e in primis i professionisti della relazione di aiuto.

Quante volte i professionisti si lamentano di assistiti con un atteggiamento che rema contro il lavoro che stanno facendo?

Quante volte non si riesce a cambiare lo stato d’animo delle persone che soffrono e si rimane invasi da quella stessa sofferenza?

Quante volte per mancanza di efficacia non si riesce ad aiutare davvero l’altro, sentendosi incapaci e confermando il proprio stato di inadeguatezza?

Ricercare un equilibrio

Tutti gli esseri umani hanno delle resistenze molto grandi e a volte ci si ritrova a lavorare con coloro che non hanno consapevolezza della necessità del cambiamento e dei benefici che otterranno dall’aiuto offerto dal professionista.

La mancanza di consapevolezza, il rifiuto e la sfiducia nei confronti del cambiamento, quindi, sono un grande impedimento e un disincentivo sia per il malato che per chi ha il dovere di assisterlo. Ma è qui che si gioca la partita! Perché aiutare chi vuole essere aiutato è più semplice, mentre aiutare chi ha bisogno di fare quel salto, ma non è pronto, richiede uno sforzo in più da compiere.

È importante che medici, caregivers, infermieri, operatori socio-sanitari, insieme a tutti coloro che svolgono un lavoro di relazione, siano in grado di mantenere l’equilibrio tra ciò che possono e ciò che non possono fare, per evitare che il carico di sofferenza e l’impossibilità di aiutare il malato per ragioni che non dipendono da loro influenzino negativamente sia l’ambiente lavorativo sia la vita privata del professionista.

Lavorando a stretto contatto con tanti professionisti, mi sono anche resa conto che a molti mancano gli strumenti pratici ed efficaci per farlo: proprio per questo non tutti riescono a lavorare in maniera armoniosa e a fare la differenza nella vita dei loro assistiti.

Ciò che serve è una strategia e un equilibrio. È necessario:

  • fare una selezione delle persone da aiutare. Questa scelta è possibile, a volte persino necessaria, perché la salute fisica ed emotiva del professionista non ha meno valore di quella dell’assistito;
  • acquisire gli strumenti validi per poter gestire la relazione nella maniera più efficace che ci sia per entrambe le parti.

Se hai voglia di approfondire l’argomento, ne parlo anche qui: Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto.

Master in Coaching Oncologico

Se anche tu vuoi migliorare la qualità del tuo lavoro e della tua di vita, e senti il bisogno di fare la differenza nelle persone che aiuti, iscrivendoti al Master in Coaching Oncologico avrai la possibilità di intraprendere un percorso di formazione professionale e di crescita personale completo ed efficace.

Imparando a gestire le emozioni negative e la sofferenza altrui, potrai davvero trasformare la vita di tutti coloro che hanno bisogno di una guida e di un sostegno, permettendo a chi soffre di intraprendere la via giusta verso la guarigione.

Come ha fatto Ilaria Bianchi, psicologa e psicoterapeuta che grazie al Coaching Oncologico ha imparato a gestire la relazione con i suoi assistiti anche nelle situazioni più complicate.

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