Strategie di autoregolazione emotiva nel rapporto con il malato

Strategie di autoregolazione emotiva nel rapporto con il malato

Imparare a gestire le proprie emozioni è un compito complicato che richiede impegno e consapevolezza. Nella relazione tra professionista e assistito, le emozioni svolgono un ruolo fondamentale perché possono condizionare e influenzare in maniera decisiva sia la correttezza di una valutazione del contesto nel momento in cui viene formulata, sia l’efficacia della terapia stessa.

Nella relazione d’aiuto è opportuno garantire sempre un corretto flusso di emozioni. Quando il caso lo richiede, però, sta al professionista mettere in atto delle strategie di autoregolazione emotiva per ricostituire una condizione di equilibrio e scongiurare il rischio di numerose difficoltà collaterali.

In questo articolo vedremo insieme quali sono le emozioni funzionali e quelle disfunzionali che hanno un ruolo determinante nella relazione d’aiuto e in che modo i professionisti possono mettere in atto delle strategie di autoregolazione emotiva per non incorrere in una comprensione dello stato di stress da lavoro correlato.

Emozioni funzionali ed emozioni disfunzionali

Prima ancora di stabilire se mettere in atto strategie di autoregolazione emotiva oppure no, il professionista della relazione d’aiuto dovrebbe valutare attentamente la funzionalità delle emozioni che prova.

Per farlo, è opportuno ricordare che non esistono mai emozioni positive o emozioni negative, ma emozioni funzionali o disfunzionali che acquistano valore e influenzano i nostri comportamenti in base alle contingenze del momento in cui le proviamo.

La paura, ad esempio, comunemente considerata emozione negativa e limitante, se ben analizzata e compresa può fornire delle risposte chiare sia sui comportamenti che si mettono inconsciamente in atto sia sulle dinamiche ridondanti che condizionano i nostri rapporti con gli altri.

Non sempre avere paura di qualcosa e fare il possibile per tenere lontano ciò che ci spaventa è la cosa più giusta da fare. A volte per superare determinati ostacoli o periodi particolarmente problematici è necessario affrontare anche quello che ci fa soffrire di più.

Per i professionisti dell’aiuto comprendere queste dinamiche è necessario, anche perché sono loro a dover trasmettere agli assistiti le principali strategie di autoregolazione emotiva insieme alle più efficaci approcci per favorire il benessere emotivo.

Strategie di autoregolazione emotiva nella relazione d’aiuto

Nella relazione d’aiuto, i flussi di emozioni che transitano dall’assistente all’assistito e viceversa possono diventare travolgenti se non gestiti consapevolmente.

La persona che si rivolge al professionista per richiedere un aiuto o un servizio spesso, proprio a causa della malattia, vive un conflitto di emozioni non ancora elaborato. Sappiamo bene, però, come richiedere un sostegno in un momento di grande difficoltà a volte non permetta di parlare o agire con lucidità.

L’emotività che accompagna un malato nelle varie fasi della malattia non è un elemento accessorio, perché può influenzare il modo con il quale viene percepito e affrontato un percorso di affiancamento e supporto. Emozioni funzionali possono determinare uno stato di benessere mentre, al contrario, frustrazioni e ansie possono alzare resistenze molto difficili da abbattere, a prescindere dall’efficacia del percorso di supporto e dalla qualità della relazione con il professionista.

Leggi anche: Distacco emotivo difensivo: come capire quando si tratta di una consapevolezza sana e quando no.

Il benessere emotivo dei professionisti della relazione d’aiuto

Come spiego nell’articolo I professionisti non si ammalano mai? (spesso se ne vergognano), anche gli operatori dell’aiuto possono ritrovarsi a fronteggiare momenti di sconforto e subire le conseguenze di una cattiva gestione delle emozioni sul posto di lavoro.

Quando si ha a che fare con storie particolarmente complicate, con persone che sono alla fine di un percorso di affiancamento e supporto che hanno malattie molto dolorose, per un medico, un infermiere o uno specialista può essere difficile praticare strategie di autoregolazione emotiva e mostrarsi freddo e distaccato, soprattutto nel momento in cui è necessario comunicare brutte notizie.

Un carico emozionale di questo tipo, per quanto comprensibile in alcuni frangenti, può incidere negativamente sia sulle prestazioni lavorative del professionista sia sulla sua salute mentale e fisica.

Se il pensiero della persona che assisti diventa ricorrente e invade tutti i momenti liberi della sua giornata, il professionista potrebbe addirittura incorrere nella valutazione e comprensione dello stato di stress da lavoro correlato.

I rischi di un coinvolgimento eccessivo del professionista

Sentirsi troppo coinvolti da una storia particolarmente difficile in alcuni casi può essere normale. Anche i professionisti sono degli esseri umani e non riuscire a reggere un certo carico emotivo è spesso sintomo di una grande sensibilità. Ricordiamo che l’empatia è una delle caratteristiche principali di ogni buon professionista: senza la capacità di entrare nei panni di chi si ha davanti stabilire una relazione d’aiuto davvero efficace è pressoché impossibile.

Se però lo stesso professionista sente di essere emotivamente coinvolto da tutti i suoi assistiti e ricade nella dinamica della perenne disponibilità, ad esempio rispondendo al cellulare in ogni momento della giornata anche se non è strettamente necessario, oltre a subire le conseguenze di quest’ansia lavorativa, non permette loro di imparare a gestire la malattia in autonomia.

Il malato che sa di poter richiedere costantemente l’aiuto o l’approvazione del professionista attraverso la lamentela e si mostra sempre passivo e poco collaborativo non riceve la spinta giusta o l’incoraggiamento necessario al miglioramento.

Teniamo sempre ben presente che, se la malattia è un qualcosa che non si può fare a meno di subire, il percorso di miglioramento è una scelta consapevole. Chi non è disposto a scendere a patti con il proprio dolore e a fare i conti con le resistenze al cambiamento difficilmente riuscirà a percorrere la strada giusta verso la guarigione, anche se ad affiancarlo ci sarà il più esperto dei professionisti.

Ne parlo anche qui: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale.

Strategie di autoregolazione emotiva: come metterle in atto

Per far sì che la relazione d’aiuto sia realmente costruttiva ed efficace, il professionista deve sempre modulare le sue emozioni in maniera cosciente. Una volta compresi i meccanismi che determinano le sue reazioni in base ai contesti, e una volta compresa la necessità di fare un discrimine tra emozioni funzionali ed emozioni disfunzionali, mettere in pratica strategie di autoregolazione emotiva non sarà più un problema.

Dimostrare in base alle necessità del caso una sana compassione o un sano distacco permetterà al professionista di svolgere il suo lavoro con maggiore consapevolezza.

È possibile mettere in pratica l’autoregolazione con alcuni piccoli espedienti. Eccone alcuni esempi:

  • disattivare le notifiche del cellulare oltre l’orario lavorativo o al di fuori di piccole parentesi temporali da dedicare ai messaggi (da prestabilire e comunicare ai propri assistiti);
  • rimandare al giorno successivo richieste di carattere non urgente;
  • prendersi delle pause dal lavoro per focalizzare l’attenzione su sé stessi e sul momento presente;
  • comunicare ai colleghi in modo chiaro ciò che si prova senza sopprimere stati d’animo che a lungo andare potrebbero danneggiarci, sia per creare sul posto di lavoro un team collaborativo sia per dare un esempio di apertura al confronto e alla relazione;
  • non nascondere il proprio malessere, ma fare i conti anche con le emozioni più negative per comprenderne la causa profonda;
  • valutare l’idea di intraprendere un percorso di coaching individuale.

Come vedi, le prime tre indicazioni sono utili a migliorare la gestione del tempo: un professionista che non riesce a essere disciplinato, a mantenere alta la qualità del suo tempo e a rispettare le sue regole interne non potrà essere coerente e dare indicazioni agli altri. Ancora di più se è un lavoratore autonomo: in quel caso dovrà occuparsi con attenzione di tutto ciò che rischia di fargli disperdere troppe energie.

Un percorso di formazione per professionisti della relazione d’aiuto

La capacità di autoregolare le proprie emozioni in relazione al rapporto con i propri assistiti si può apprendere attraverso l’esperienza, ma non solo. A volte anche chi ha molti anni di lavoro alle spalle può subire improvvisi crolli emotivi o incorrere in una condizione di stress da lavoro correlato.

D’altra parte, attendere di imparare dai propri errori vorrebbe dire perdere mesi e a volte anni di tempo e risorse, con conseguenze che potrebbero essere magistralmente evitate imparando dagli errori di chi ci ha preceduti. Questo è uno dei motivi che mi ha spinta a creare il percorso del Master in Coaching Oncologico.

Master in Coaching Oncologico

Per imparare le più efficaci strategie di autoregolazione emotiva e capire come gestire al meglio anche gli scenari più complicati, un percorso di formazione destinato esclusivamente ai professionisti della relazione d’aiuto può essere la scelta migliore.

Il Master in Coaching Oncologico è un percorso completo ed efficace dedicato a tutti gli operatori dell’aiuto o aspiranti tali. Oltre a una sezione teorica basata sullo studio della comunicazione pragmatica, attraverso un percorso di esercizi pratici il Master insegna ai professionisti come gestire il rapporto con gli assistiti in maniera più equilibrata e consapevole.

Non tutte le competenze relazionali sono trasmesse a medici e operatori tramite i libri di testo o altri percorsi accademici. Alcune nozioni completamente trascurate dai più tradizionali percorsi di formazione, tra i quali PNL o coaching classico, si possono apprendere soltanto attraverso un percorso di studio specifico e in grado di andare oltre la semplice tecnica.

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