Perché sembra che i professionisti non si ammalino mai?

I professionisti non si ammalano mai? (spesso se ne vergognano)

Non capita spesso di sentire medici, psicologi, psicoterapeuti e altri professionisti della relazione d’aiuto raccontare apertamente le proprie debolezze. Che siano momenti particolarmente difficili o vere e proprie situazioni di disagio, questi professionisti tendono spesso a nascondere i loro disagi a colleghi, clienti, a volte addirittura ai parenti, e a non richiedere aiuto nel momento del bisogno.

Eppure, anche i professionisti prima di essere tali sono esseri umani, e quindi possono ritrovarsi a fronteggiare dolori, malattie o momenti di sconforto che, se non affrontati nel migliore dei modi, possono mettere seriamente a rischio contemporaneamente carriera e salute.

Ma perché questa possibile e naturale condizione spesso diventa fonte di così tanti disagi?

In questo articolo vedremo insieme cosa induce i professionisti a non rivelare le loro debolezze e perché sembra che non si ammalino mai, e da cosa deriva il senso di vergogna che queste figure provano nel comunicare agli altri le loro difficoltà.

I professionisti e un sovraccarico emotivo e professionale

Il professionista della relazione d’aiuto che si identifica con il suo mestiere a tal punto da sentirsi a disagio nell’esprimere debolezze e mancanze molto probabilmente non sarà in grado di essere una figura di riferimento per i suoi assistiti.

Medici, infermieri, psicologi, operatori socio-sanitari e tutti coloro che svolgono una professione così tanto importante e delicata spesso scelgono questo mestiere non per vocazione, ma per colmare un vuoto che affonda le sue radici ancor più in profondità.

Impegnarsi in un lavoro con il solo scopo di ricevere un riconoscimento dall’esterno può essere una grande fonte di stress e disagi, specialmente nel momento in cui, pur di continuare a rappresentare un punto di riferimento costante per gli assistiti, non si riesce a porre un confine netto tra vita professionale e vita privata.

Mettere le proprie necessità sempre in secondo piano può portare il professionista a trascurare i suoi bisogni e talvolta a ignorare i sintomi di un disagio fisico o mentale. Lasciarsi inghiottire completamente dal lavoro, pur essendo talvolta una dinamica inconscia, è un atteggiamento disfunzionale che non andrebbe mai sottovalutato.

L’importanza del benessere emotivo del professionista

Prima di esercitare la professione, come un bravo psicoterapeuta deve affrontare un percorso di supporto e crescita, ogni professionista della relazione d’aiuto dovrebbe fare un percorso introspettivo di lavoro su di sé: per imparare a fronteggiare il dolore e la sofferenza altrui, infatti, è fondamentale fare i conti con i propri traumi, con le ferite e i momenti più difficili del proprio vissuto.

Il professionista che ignora l’importanza della pratica su sé stesso si troverà prima o poi a fare i conti con un sovraccarico di stress, sofferenze o emozioni disfunzionali. Aiutando gli assistiti a gestire un carico emotivo spesso anche molto doloroso, medici, infermieri, farmacisti, fisioterapisti e altre figure che svolgono un lavoro di relazione d’aiuto corrono il rischio di assorbire le sofferenze altrui senza riuscire a smaltirle completamente o a sublimarle.

Ricordiamoci che lavorare a stretto contatto con le persone in situazioni di disagio non è mai un’attività semplice e indolore. La sofferenza che non viene correttamente e prontamente elaborata rischia di provocare una valanga di conseguenze negative: se il professionista non conosce o ignora quale sia il modo più efficace per analizzare e superare ansie, paure e frustrazioni, non sarà mai in grado di indirizzare il suo assistito – tantomeno sé stesso – verso la strada giusta per un percorso di consapevolezza e crescita di mente, corpo e spirito.

Leggi anche: Come comportarsi con un malato di cancro durante lo svolgimento della propria professione.

Una questione di etichetta

Il professionista che ritiene di non potersi mai ammalare, o che nasconde agli altri un disagio interiore o fisico, spesso lo fa perché si identifica completamente nel ruolo che ricopre all’interno del contesto sociale nel quale opera.

Tutti coloro che aderiscono completamente all’etichetta della carriera ritengono che non possano esistere medici malati, psicologi che attraversano momenti di difficoltà, dietisti in sovrappeso, professionisti della relazione d’aiuto frustrati e così via. Purtroppo, la nostra società occidentale improntata su status quo, performance e ottenimento forsennato di successo non aiuta.

Come spiego nell’articolo Di cosa si nutre il cancro, le competenze acquisite attraverso lo studio, le scelte consapevoli e gli stili di vita impeccabili, per quanto fondamentali, non rendono immuni dalla malattia.

Il professionista dovrebbe sempre scendere a patti con il suo Io, spogliarsi di tutte le etichette e chiedersi: “Chi sono io davvero?”. Soltanto in questo modo potrà fare pace con la sua sofferenza e imparare ad affrontare anche le situazioni più complicate, sia da un punto di vista lavorativo sia personale.

“Che tipo di professionista sono?”

Rispondere a questa domanda non è mai semplice: per farlo a volte è necessario un lavoro di scavo interiore che può rivelarsi anche impegnativo e a tratti fastidioso.

Abbandonare le proprie etichette e rendersi conto che non si è perfetti e infallibili pur essendo medici, infermieri e professionisti della relazione d’aiuto, pur salvando vite e indirizzando persone verso la guarigione è una grande e necessaria presa di coscienza.

Prendere consapevolezza della propria essenza e del proprio ruolo rende molto più funzionale la relazione d’aiuto con i propri assistiti. Non sentirsi al di sopra delle persone che si aiutano, ma stringere rapporti basati sulla reciproca fiducia, sull’uguaglianza e la complicità, permette a chi si rivolge al professionista di mostrare un atteggiamento proattivo e incline al cambiamento.

Come insegno nel Master in Coaching Oncologico, seguendo il quinto assioma della comunicazione – che spiega come nelle relazioni ci sia sempre un piano di complementarità e uno di uguaglianza – il professionista autorevole e non autoritario deve cercare di scendere dal piedistallo e di mettersi al fianco del suo assistito, pur mantenendo il suo potere, per poter essere preso come punto di riferimento ed essere seguito nelle indicazioni che fornisce.

Nell’articolo Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai malati, spiego in che modo lavorare con persone autonome e in grado di prendere il controllo sulle proprie emozioni rende più fluido e semplice qualsiasi percorso di affiancamento e crescita personale.

Per approfondire l’argomento leggi anche: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo. Differenze e opportunità nell’approccio professionale.

I limiti della coerenza

I professionisti si ammalano, non ci sono dubbi. Ma soffermiamoci un attimo sul senso di vergogna che si prova nel rendersi conto della propria malattia e nel rendere gli altri partecipi del proprio disagio. Perché molti professionisti sentono di non voler condividere con gli altri simili esperienze?

Spesso ci si vergogna per un eccesso di coerenza. Il professionista che insegna agli altri tecniche di gestione dello stress e poi non si dimostra in grado di gestire le emozioni più negative che vive in prima persona sente di non dare un buon esempio. Così come può accadere a un dietista che fa fatica a seguire un regime alimentare sano, a un dentista a cui si cariano i denti, e così via per ogni ambito professionale.

Vergognarsi delle proprie mancanze e nascondere le proprie debolezze in questi casi è comprensibile. Lo si fa per preservare la propria autorevolezza e per non dare l’impressione di essere professionisti poco seri e affidabili. Si tratta, però, di questioni relative alla semplice apparenza.

Il professionista che si mostra vulnerabile, ma che crede fermamente nel valore del suo lavoro e nell’utilità del suo aiuto, non deve mai e in nessun caso temere di essere biasimato per le sue mancanze, specialmente per quelle causate da fattori che prescindono dalla sua responsabilità.

Mostrarsi coerenti con gli insegnamenti che si trasmettono agli altri è sempre opportuno, ma trasformare questa coerenza in rigidità rischia di disumanizzare la persona e rendere fin troppo automatica la relazione con gli assistiti. La coerenza, inoltre, deve riguardare sempre il momento presente.

Non si può pretendere di essere coerenti nei confronti di un ideale del passato, così come non è certo che un domani saremo coerenti con quanto affermiamo nel presente. Ci sono infinite variabili che possono condizionare pensieri, ideali, storie, ed è impossibile pretendere di avere il controllo su ogni cosa.

Come in tutti gli aspetti della vita, bisogna ricercare una condizione di equilibrio. Essere troppo rigidi con sé stessi e con gli altri può limitare l’efficacia del proprio aiuto mentre, al contrario, essere superficiali e non tener conto di ciò che si comunica può trasmettere trascuratezza e noncuranza.

Conoscersi per accompagnare e supportare

Prima di intraprendere un mestiere così importante è necessario che i professionisti della relazione d’aiuto o gli aspiranti tali siano in grado di analizzare prima di tutto sé stessi. Sono fermamente convinta che soltanto chi è in grado di penetrare nelle crepe della sua anima e fare i conti con il proprio vissuto può davvero rappresentare per gli altri un punto fermo e un aiuto.

Prima ancora di trasmettere le tecniche di comunicazione utili per gestire stati emotivi delicati e quali sono gli approcci migliori da adottare nelle singole occasioni, ai corsisti del Master in Coaching Oncologico insegno a conoscersi.

Il professionista che esprime pareri e consigli senza prima aver messo in pratica su di sé ciò in cui crede rischia di trasmettere soltanto parole prive di fondamento. Al contrario, conoscere i propri limiti e sapere qual è il modo giusto per affrontarli non solo aiuta a stabilire con gli altri legami più autentici, ma scongiura il rischio di una chiusura in sé stessi nei momenti di difficoltà.

Se hai voglia di intraprendere un percorso di crescita personale e professionale per diventare un professionista della relazione d’aiuto, iscrivendoti al Master in Coaching Oncologico avrai la possibilità di acquisire tutti gli strumenti necessari a migliorare la tua vita, insieme alla vita delle persone che vivono uno scenario di malattia.

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