A prescindere da che tipo di lavoro si svolge, l’ambiente lavorativo può rappresentare una grande fonte di stress. Ad oggi, le valutazioni di stress da lavoro correlato sono in costante aumento, anche se per alcuni è ancora molto difficile riconoscerne i principali sintomi o attribuire all’ambiente lavorativo la causa di tanti disturbi.
Tutte le figure professionali, e in particolar modo i professionisti della relazione d’aiuto, dovrebbero imparare a riconoscere subito i campanelli d’allarme e i problemi derivanti da una cattiva gestione del lavoro o da una mancanza di equilibrio tra vita privata e vita professionale.
In questo articolo vedremo insieme in che modo il lavoro può incidere sulla salute dei professionisti e come riconoscere le prime avvisaglie di un disagio che non dovrebbe mai essere ignorato.
Indice dell'articolo
Stress da lavoro correlato
Come spiego approfonditamente nell’articolo Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto, la condizione di stress da lavoro si manifesta tramite disturbi di natura fisica, emotiva e sociale e può incidere negativamente sia nell’ambiente professionale sia nella vita privata di un lavoratore.
Oltre alle cause più comuni e più semplici da rilevare, quali orari lavorativi lunghi, scarsa retribuzione o ambienti di lavoro poco accoglienti, ci sono numerosi altri fattori ben più incisivi e difficili da individuare. Primo fra tutti il fattore relazionale: le relazioni che si intrattengono con gli altri, siano essi superiori, colleghi o persone alle quali si presta un servizio, sono in assoluto una delle principali cause di stress.
Anche per questa ragione i professionisti della relazione d’aiuto sono i soggetti che possono incorrere in una valutazione di stress da lavoro correlato con maggiore probabilità rispetto ad altri. Oltre a gestire le relazioni personali, infatti, questi professionisti sono costantemente a contatto con persone che vivono scenari di malattia e che hanno bisogno di un appoggio costante per elaborare la loro sofferenza.
Se non è in grado di gestire il flusso di emozioni con equilibrio e consapevolezza, anche il professionista più esperto rischia di portare a casa il carico emotivo e le frustrazioni dei suoi assistiti.
Come capire se il tuo lavoro ti sta facendo ammalare
Capire quali sono i sintomi di stress da lavoro correlato non è semplice. Alcuni segnali possono essere fraintesi, attribuiti ad altri problemi o semplicemente considerati disturbi di carattere transitorio.
Diverse avvisaglie sono difficili da riconoscere anche perché sono sintomi molto comuni e riscontrabili in tanti altri contesti. Saperli individuare, però, è fondamentale se si vuole preservare l’efficienza e la qualità delle prestazioni lavorative e ritrovare una condizione di serenità personale e familiare.
Ansia e stress da lavoro: sintomi principali
Prima di capire se il tuo lavoro ti sta facendo davvero ammalare è importante che tu conosca quelli che sono i sintomi più comuni di ansia e stress da lavoro correlato. Vediamo insieme quali sono:
- stanchezza e irritabilità;
- mancanza di motivazione;
- rapidi cambiamenti d’umore;
- perdita del sonno;
- riduzione dell’autostima;
- perdita di concentrazione;
- improduttività.
Se hai riscontrato uno o più di questi sintomi e temi di soffrire di un disturbo da lavoro correlato, rispondendo a queste cinque domande potrai capire se il tuo lavoro ti sta davvero facendo ammalare.
1. Sei sempre reperibile?
Essere sempre disponibili è importante, soprattutto se si è un professionista della relazione d’aiuto. Qualsiasi medico, infermiere o operatore socio-sanitario, ad esempio, sa di poter essere chiamato improvvisamente da colleghi o assistiti per far fronte a qualche emergenza. Urgenze e richieste di soccorso, soprattutto per alcuni professionisti, sono all’ordine del giorno: trovarsi preparati e disponibili a volte può salvare anche delle vite.
Essere reperibili per le urgenze, però, è ben diverso da esserlo sempre e a prescindere dalle circostanze. Il professionista deve essere in grado di distinguere che tipo di impegno gli viene richiesto oltre l’orario di lavoro, ed eventualmente imparare a rimandare impegni non urgenti o delegare ad altri incombenze e incarichi.
Se non riesci a ignorare alcune richieste, rispondi sempre ai messaggi e ogni volta che ti squilla il cellulare provi ansia e disagio, potresti iniziare a dedicare ai tuoi assistiti alcune parentesi temporali di pochi minuti nel corso della giornata.
Comunicando agli altri questa disponibilità, anche se limitata, riuscirai gradualmente a distinguere in maniera più chiara quali sono le urgenze non delegabili e quali sono gli impegni che puoi rimandare al turno di lavoro successivo.
Ricorda che mostrandoti sempre disponibile fai perdere al tuo tempo il suo valore. Un valore che gli altri finiranno per non riconoscere più.
Devi essere il primo a dare al tuo tempo la giusta importanza. Un mantra che potresti usare da oggi in avanti è: “Devo essere disponibile, non a disposizione”.
2. Continui a pensare al lavoro anche al di là dell’orario lavorativo?
Se sei un professionista della relazione d’aiuto e una volta tornato a casa non riesci a smettere di pensare a ciò che hai ascoltato o detto durante l’orario di lavoro, probabilmente non sei in grado di gestire completamente il carico di emozioni dei tuoi assistiti.
Pensare al lavoro in vari momenti liberi della giornata è assolutamente normale. Ma quando il flusso di emozioni ti investe a tal punto da portarti a modificare i tuoi ritmi sonno/veglia o addirittura a restare sveglio tutta la notte in cerca di soluzioni o in preda all’ansia, il rischio di mettere a repentaglio la tua salute fisica e mentale è davvero dietro l’angolo.
Oltre a mettere in pratica le tecniche di gestione dello stress, in casi come questi puoi rivolgerti a un collega per chiedere aiuto o fare un percorso specifico come quello del Master in Coaching Oncologico, nel quale insegno proprio a essere distaccati, ma non ‘staccati’. Cosa significa?
Significa che i professionisti della relazione d’aiuto devono essere empatici e rimanere coinvolti nelle esperienze dei propri assistiti, e quindi non ‘staccati’: devono impegnarsi a creare quella giusta distanza per cui non ci si può fare male a vicenda.
Conosci la storia dei porcospini di Schopenhauer? Per evitare di ferirsi e pungersi reciprocamente, i porcospini devono stare vicini, ma non troppo. Stare vicini ma a debita distanza è l’unico modo che hanno per proteggersi dal freddo e dagli aculei dell’altro. La soluzione quindi è proprio lì, nella moderata distanza reciproca: il modo migliore per mettersi al riparo da ciò che può ferire dall’interno o dall’esterno.
Per saperne di più, leggi anche: I professionisti non si ammalano mai? (spesso se ne vergognano).
3. Hai difficoltà a prenderti del tempo per te stesso?
Se ritieni la distrazione una perdita di tempo e pensi di dover impiegare tutti i momenti liberi che hai a disposizione per risolvere questioni lavorative, probabilmente hai bisogno di rivalutare la scansione della tua giornata e lavorare in profondità per analizzare il senso del dovere che ti è stato trasmesso o che tu stesso hai percepito come necessario per dimostrare il tuo valore.
Il lavoro sui bisogni che faccio durante il Master in Coaching Oncologico farà emergere questa dinamica e ti permetterà di elaborarla, come è già successo a tutti i miei allievi.
Ricorda che fermarsi anche solo qualche minuto e dedicarsi a un’attività secondaria non è uno spreco di tempo, ma il modo migliore per eliminare pensieri negativi ricorrenti, ricaricare le batterie e ripartire con più grinta.
Se senti di non riuscire a staccare mai completamente dal lavoro, prova a fare tante piccole pause nel corso della giornata. Leggi qualche pagina di un romanzo, ascolta una canzone che ti piace oppure esci per fare un giro dell’isolato. Riprenderai il ritmo con un carico maggiore di energia e allontanerai definitivamente stress e ansie.
4. Ti preoccupa l’idea di andare in vacanza?
Chi ha difficoltà a prendersi una piccola pausa dal lavoro nel corso della giornata probabilmente sarà preoccupato all’idea di prendersi intere settimane di ferie. Immaginare di essere non reperibili giornate intere, di non potersi recare sul posto di lavoro immediatamente o di tenere pc e cellulare fuori uso per tante ore può rappresentare per molti professionisti una grande fonte di stress. Soprattutto per i liberi professionisti che aggiungono a tutte queste preoccupazioni anche la paura di rimanere senza sostegno economico.
Ricorda sempre che sia le piccole che le grandi pause sono un diritto di ogni lavoratore. Rinunciare a questo diritto non solo ti renderà un professionista meno performante, ma inciderà negativamente anche sui tuoi rapporti familiari.
Essere un buon professionista e al tempo stesso un padre, una madre, un figlio o un compagno assente metterà a dura prova le relazioni che hai con le persone che ti sono più vicine.
Ritaglia sempre del tempo per te e per le persone che ami al di là dell’orario di lavoro: andare in vacanza e trascurare per alcuni giorni all’anno le incombenze lavorative non ti renderà un professionista meno serio e stimato.
5. Fai fatica a dire di no?
A prescindere da che tipo di professionista sei, tieni sempre a mente che ci sono tutta una serie di problemi ai quali non devi pensare, pur avendone la possibilità.
Mostrarsi sempre disponibili e proattivi nei confronti dei propri assistiti è una grave mancanza: facendolo, non solo si impedisce alla persona di acquisire responsabilità e potere personale ma si rischia di essere letteralmente sommersi dalle richieste di attenzione altrui.
Come ho spiegato anche nell’articolo Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale, la dinamica della lamentela e del vittimismo, specialmente nel momento in cui diventa ridondante e domina lo stato emotivo dell’assistito, deve essere compresa e superata.
Se il professionista non è in grado di mettere dei confini e non si dimostra perentorio nel rifiutare alcune richieste di attenzione eccessiva, non solo vanifica ogni sforzo professionale svolto fino a quel momento ma rischia di perdere il controllo sulle sue incombenze e di subire le conseguenze di un sovraccarico di ansia e stress.
Il tuo lavoro ti sta facendo ammalare? Il Master in Coaching Oncologico fa al caso tuo
Se sei un professionista della relazione d’aiuto e hai risposto a queste cinque domande in maniera affermativa, probabilmente hai bisogno di riconsiderare il rapporto che hai con i tuoi assistiti.
Iscrivendoti al Master in Coaching Oncologico avrai la possibilità di migliorare il tuo approccio e accrescere l’efficacia della tua tecnica. Il Master, inoltre, ti darà la possibilità di affrontare un percorso di crescita che parte prima di tutto da te stesso e dai tuoi bisogni.
Ricorda: solo chi è in grado di conoscersi e comprendersi può davvero cambiare la vita delle persone che hanno bisogno di aiuto.