Una frase che si sente ma di cui si parla poco è: "Non voglio più fare il medico"

“Non voglio più fare il medico”: un pensiero che rivela una fragilità di cui si parla troppo poco

Spesso per ragioni culturali o di etichetta si tende a idealizzare la figura del medico o del professionista della relazione d’aiuto.

Il medico è instancabile, infallibile, sempre pronto e disposto a sacrificare sé stesso per gli altri. Il medico è colui che salva le vite, che sa sempre qual è la cosa giusta da fare al momento giusto. Il medico risolve i problemi, ha le risposte ed è lì pronto a fornirle a chiunque ne abbia bisogno.

Il medico può essere tutto questo, è vero, ma non solo. E così come il medico, anche gli infermieri, gli operatori socio-sanitari, i farmacisti, gli psicologi, gli psicoterapeuti e tutti i professionisti della relazione d’aiuto. Esattamente come le persone delle quali si prendono cura, anche loro hanno dei problemi, delle fragilità, delle sofferenze che spesso vengono soffocate proprio in virtù di questa etichetta che viene loro assegnata e che talvolta si assegnano da soli.

Tutti noi tendiamo a identificarci con quello che facciamo. Questo meccanismo non è altro che una costruzione della nostra mente che tende sempre a dare etichette, fare ordine, classificare, o addirittura giustificare ciò che facciamo. Ma occorre ricordare che le convinzioni possono cristallizzarsi e diventare schemi rigidi: per lasciarle andare, a quel punto, è necessario lavorare su sé stessi.

A volte tutti questi disagi emotivi possono creare una condizione di stress e mettere seriamente a rischio sia le prestazioni lavorative sia la vita privata dei professionisti.

In questo articolo vedremo insieme quali sono le ragioni che possono spingere un professionista a dire “non voglio più fare il medico” e quali sono le possibili soluzioni ai più comuni disturbi da stress da lavoro correlato.

“Non voglio più fare il medico: non è la mia vocazione!”

La vocazione è un concetto forse fin troppo sopravvalutato. Senza dubbio ci sono molti professionisti della relazione d’aiuto portati per il loro mestiere, perché dotati di grande sensibilità ed empatia, e desiderosi di fare la differenza nella vita delle persone che affrontano momenti particolarmente difficili.

Molti altri professionisti, però, scelgono di intraprendere la carriera per ragioni che non hanno niente a che vedere con la vocazione. A volte lo si fa per continuità nei confronti delle figure genitoriali, altre per dimostrare a sé stessi e a chi ci circonda di essere talentuosi o di essere in grado di mantenere un certo status sociale.

Queste scelte, ovviamente, non sempre sono prese con consapevolezza: non di rado sono dettate dall’imprinting e dalla convinzione che un mestiere prestigioso è sicuramente un fattore differenziante all’interno della società. Ma, per quanto il bisogno di successo e di autoaffermazione sia innato nell’essere umano, c’è sempre il rischio di cadere nella trappola del bisogno di riconoscimento e approvazione, ovvero quello che spinge le persone a fare delle scelte non dettate dalla propria volontà consapevole.

Come spiego approfonditamente nell’articolo Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto, la dinamica ridondante determinata dal bisogno di riconoscimento, così come la dipendenza dal potere personale, possono spingere un professionista ad attuare comportamenti disfunzionali sia nei confronti di sé stesso – incorrendo in una valutazione di stress da lavoro correlato – sia nei confronti degli assistiti.

Come insegno ai corsisti del Master in Coaching Oncologico, prima di stabilire se possiede la cosiddetta ‘vocazione’, il professionista dovrebbe affrontare un percorso di conoscenza e studio interiore. Percorso che, ahimè, 8 professionisti su 10 non hanno mai affrontato nella loro vita.

Il mondo accademico e le relative specializzazioni hanno sempre fornito competenze e informazioni tecniche, ma mai umane. Queste lacune formative hanno creato delle fratture che il professionista deve colmare in autonomia: è soltanto analizzando i bisogni e le dinamiche ridondanti che hanno determinato le sue scelte di vita che potrà comprendere l’autenticità della sua vocazione, e di conseguenza compiere nuove scelte guidato da altre consapevolezze.

Questo lavoro introspettivo, che viene svolto proprio durante il Master in Coaching Oncologico, permette ai professionisti di comprendere la causa reale dello stress che stanno vivendo. Al contrario, chi non affronta questo percorso continuerà a giustificare tutte le azioni e le scelte che compie con motivazioni fittizie e mai reali.

“Non voglio più fare il medico: non sono all’altezza”

Sentirsi fragili e insicuri in alcuni momenti della vita è assolutamente normale. Il professionista che mette in dubbio le sue certezze, che non si sente infallibile e accetta l’idea di sbagliare non dovrebbe mai considerarsi meno serio o poco affidabile. Al contrario: il dubbio è sempre positivo, perché rappresenta uno stimolo al cambiamento e alla crescita.

Spesso è proprio nei momenti di crisi, quando ci si ferma per qualche secondo a riflettere su chi si è veramente e su cosa si sta facendo in concreto per gli altri e soprattutto per sé stessi, che si trovano tante risposte. Risposte a domande che a volte non si ha nemmeno il coraggio di esprimere ad alta voce, e che possono rimanere nascoste in profondità anche per diversi anni.

Il professionista che si mette in discussione e che fa i conti quotidianamente con le sue fragilità possiede delle qualità invidiabili. Qualità, e non difetti: è proprio questa sua sensibilità, infatti, che lo renderà più empatico e capace di ispirare fiducia nei suoi assistiti.

Il professionista che con supponenza si pone sempre a un livello superiore, al contrario, non sarà mai in grado di avere un rapporto autentico con le persone che necessitano del suo aiuto, e non solo della sua competenza. E oggi più di ieri, domani più di oggi, ciò che farà la differenza in una relazione di aiuto tra il professionista della salute e il suo assistito sarà sempre la relazione profonda che si crea.

Personaggi di spicco come Milton Erickson e Carl Rogers hanno costruito la loro fama proprio grazie al dialogo con i loro pazienti e alla comprensione dimostrata nelle relazioni d’aiuto. Questi professionisti ci hanno lasciato in eredità un esempio concreto e tangibile di come un buon rapporto tra medico e assistito si possa realizzare con una grande preparazione non solo scientifica, ma anche umana.

“Non voglio più fare il medico: il mio lavoro mi sta facendo ammalare”

Anche se talvolta sono molto difficili da riconoscere, i segnali dello stress da lavoro correlato possono mettere in serie difficoltà i professionisti della relazione d’aiuto.

Entrare in contatto con la sofferenza altrui ogni giorno e non avere gli strumenti giusti per elaborare il carico di emozioni che si riceve quotidianamente può generare ansia, frustrazione, improduttività, e in alcuni casi anche stati depressivi.

Ricordiamo che i professionisti della relazione d’aiuto, a differenza di altre tipologie di professionisti, oltre a gestire le relazioni private e il carico di stress che ne deriva, devono fare i conti anche con le emozioni e le frustrazioni dei loro assistiti. Il rischio di assorbire la sofferenza altrui senza trovare il modo di smaltirla o trasformarla è sempre dietro l’angolo.

Inoltre, un professionista che si lascia sopraffare dal carico di emozioni del malato non può fornirgli nessun supporto nella consapevolezza e nell’esplorazione delle proprie risorse davvero efficace e funzionale.

Se hai voglia di approfondire l’argomento, nell’articolo Il tuo lavoro ti sta facendo ammalare? spiego in che modo si possono riconoscere le prime avvisaglie di un disturbo da stress da lavoro correlato e come, una volta individuate le sue cause profonde, con dei piccoli accorgimenti si può gradualmente ripristinare una condizione di benessere.

“Non voglio più fare il medico perché ho bisogno di un medico”

Essere un professionista e rendersi conto di aver bisogno di un altro professionista per affrontare determinate situazioni a volte può sembrare spiazzante. Alcuni medici sono così rigidi nella loro coerenza da temere che una richiesta di aiuto possa trasformarli agli occhi degli altri in specialisti poco seri e affidabili.

Essere coerenti, però, non dovrebbe mai voler dire rinunciare alla propria autenticità e nascondere le proprie debolezze a sé stessi e agli altri. L’onestà professionale è un requisito che un medico dovrebbe avere prima di tutto nei confronti di sé stesso: nel momento in cui si rende conto di non essere più in grado di gestire una particolare situazione, dovrebbe esporre le sue difficoltà, chiedere aiuto a un altro professionista o, in alternativa, seguire un percorso di crescita personale e fare i conti con la sua sofferenza.

Per essere un buon terapista bisogna affrontare un preliminare percorso di affiancamento e supporto emotivo. Per prendersi cura degli altri bisogna essere in grado di prendersi cura di sé stessi.

Leggi anche: I professionisti non si ammalano mai? (spesso se ne vergognano).

“Non voglio più fare il medico: voglio essere un medico”

Scegliere di diventare un professionista della relazione d’aiuto è un grande atto d’amore nei confronti del prossimo. Che lo si faccia per vocazione, per continuità o per coerenza, l’importante è farlo con passione, credendo profondamente nella propria missione e impegnandosi quotidianamente per realizzarla.

Mettere la propria competenza al servizio degli altri e impegnarsi attivamente per migliorare la vita di chi soffre è un lavoro intenso, non di rado estenuante. A volte ci si può sentire spaesati, sopraffatti dal carico di responsabilità, incapaci di gestire momenti particolarmente difficili. Altre si può avere paura, certo.

Tutte queste difficoltà oggettive sono comprensibili, e ogni professionista dovrebbe metterle in conto prima di intraprendere questo mestiere. Ma chi ha dentro di sé l’amore per il prossimo, chi sente fortemente il bisogno di aiutare gli altri e vive per questa sua meravigliosa missione troverà nel benessere altrui le ragioni del suo benessere.

Una volta raggiunta questa consapevolezza, le paure, le ansie e le difficoltà acquisteranno nuovo senso e nuovo valore. A quel punto si potrà affermare autenticamente di essere dei professionisti dell’aiuto in grado di cambiare la vita delle persone.

Il vero professionista della relazione di aiuto sa che bisogna creare sempre un equilibrio tra ciò che si dà e ciò che si prende, tra il proprio benessere e quello altrui. Come nei vasi comunicanti che si riempiono a vicenda, non si può dare ciò che non si ha. Inoltre, l’oscillazione tra un vaso e l’altro deve rimanere sempre a un livello medio: non può mai esserci un vaso vuoto e l’altro strabordante.

Ho imparato tutto questo su me stessa e a mie spese, essendo stata sempre una persona molto dedita agli altri, ed essendo poi arrivata a svolgere un vero e proprio lavoro di dedizione. Perché è così: essere un vero professionista significa essere l’esempio vivente di ciò che si predica.

Se senti anche tu di voler diventare uno specialista della relazione d’aiuto o se sei già un medico o un professionista e vuoi affrontare un percorso di crescita professionale e individuale, iscrivendoti al Master in Coaching Oncologico avrai l’opportunità di migliorare il tuo approccio e diventare una guida e un sostegno non solo per gli altri, ma anche per te stesso.

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