Che cosa si intende per compassione? Qual è la differenza tra compassione ed empatia? Quando ci relazioniamo con persone che soffrono, come il malato oncologico che attraversa momenti difficili e mostrano di avere bisogno di aiuto, sappiamo sempre cos’è la cosa giusta da fare o da dire in base a quello che proviamo?
La compassione, l’empatia, il sentimentalismo, persino la semplice simpatia o antipatia che proviamo nei confronti degli altri, possono diventare delle trappole non solo per noi ma anche per coloro che proiettano su di noi le loro emozioni. Coloro che vivono la malattia, però, in quelle trappole rischiano di rimanere incastrati per lungo tempo, a volte anche per sempre.
In questo articolo vedremo insieme perché ciò che intendiamo comunemente per compassione potrebbe rivelarsi pericoloso nella relazione d’aiuto e perché è sbagliato compatire il malato senza prima aver compreso il senso profondo di questa disposizione d’animo.
Indice dell'articolo
La reazione del professionista alla sofferenza del malato oncologico
Cosa prova un professionista quando l’assistito ha un carico di dolore troppo pesante da sopportare? Cosa prova il medico, il coach o un terapeuta quando nel raccontare la malattia o uno stato di dolore l’assistito si lascia andare al pianto e mette in luce tutte le sue paure, le frustrazioni, le ansie più opprimenti? Di solito le reazioni del malato oncologico a un simile flusso di emozioni sono di 3 tipi:
- nessun coinvolgimento;
- empatia o sentimentalismo, quindi eccessivo coinvolgimento;
- sana compassione.
Vediamo cosa accade in ognuna.
Leggi anche: La compliance medica nel rapporto con il malato oncologico.
1. Coinvolgimento zero
Il professionista che non prova nulla, o che alza uno scudo tra la sua emotività e quella del suo assistito per difendersi dai colpi o semplicemente perché crede che quello sia il modo giusto di gestire la relazione d’aiuto, è probabile che non riuscirà mai a conquistare la fiducia del malato oncologico che si è rivolto a lui. Il medico che appare troppo freddo o rigido nella sua autorevolezza non si mostra accogliente e quindi non riesce a instaurare con la persona un rapporto di collaborazione funzionale al percorso di guarigione.
I flussi di emozioni, anche di quelle più negative, vanno approfonditi insieme, in ogni fase del percorso: esattamente come le ferite del corpo, anche i traumi emotivi sono dei sintomi da non trascurare. Sorvolare su questi aspetti potrebbe portare il malato a chiudersi ancora di più nel suo silenzio e a non ricercare apertamente l’aiuto di cui ha davvero bisogno.
E i medici o i professionisti, tra i quali nutrizionisti, naturopati o altri ancora, che in momenti simili pensano: “Ma non sono mica uno psicologo o un coach!”, dovrebbero comprendere che non è questione di ‘fare lo psicologo’ e di andare oltre il proprio ruolo, ma di saper gestire la relazione in maniera funzionale per entrambi. Non si possono evitare certi argomenti soltanto perché creano frustrazione in chi viene seguito, perché a lungo andare sarà il professionista stesso a rendersi conto di non essere stato efficace e, di conseguenza, riconosciuto e apprezzato.
2. Empatia o sentimentalismo
Anche se può sembrare controintuitivo, compatire il malato è sbagliato. O almeno lo è nel modo in cui siamo soliti intendere la compassione. Come ho scritto nell’articolo Frasi per incoraggiare una persona malata di cancro, tenere la mano di chi soffre dicendo che non deve preoccuparsi perché tanto ‘tutto si sistemerà’ è un approccio da evitare.
Provare compassione e incoraggiare chi vive la malattia a sopportare il dolore o ad avere pazienza crea una distanza tra professionista e assistito, proprio come nel caso di una mancanza totale di coinvolgimento. In casi come questo, non sentendosi compresa dal professionista o dal caregiver, la persona potrebbe sprofondare nella dinamica della lamentela e della passività, e di conseguenza rispondere negativamente agli stimoli esterni e alle terapie.
Immedesimarsi in maniera eccessiva, provare empatia ed essere troppo sentimentali senza riuscire a comprendere il vero significato della sofferenza che prova l’altro è un atteggiamento che danneggia anche il professionista stesso che, lasciandosi coinvolgere troppo dall’emotività di chi è lì per essere aiutato, rischia di essere sopraffatto dallo stress.
Ti invito ad approfondire l’argomento leggendo l’articolo Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto.
3. Sana compassione
Se compatire il malato è sbagliato, non lo è assolutamente mostrare quella che io chiamo una ‘sana compassione’.
Compatire qualcuno in maniera equilibrata non significa soltanto immedesimarsi nel dolore che viene proiettato e sentire sulla propria pelle quello che l’altro prova. Significa fare un ulteriore passo avanti: sentire ciò che assale l’altro, identificare ciò che prova, dare un valore e un senso a quelle emozioni e, infine, attraversarle.
Una volta riconosciute le emozioni dell’altro, il professionista dovrebbe mettere in campo tutte le sue competenze per fornire una risposta adatta. Nel gestire queste dinamiche, deve essere in grado di capire quando assecondare l’assistito, quando gioire al suo fianco e quando, eventualmente, rimproverarlo per alcuni atteggiamenti, incoraggiandolo con energia a intraprendere un percorso di cambiamento.
In questo modo non solo potrà fornirgli il miglior aiuto possibile ma eviterà di essere invaso egli stesso dal suo carico di sofferenza.
L’efficacia di un approccio simile ha un duplice vantaggio: accrescere l’autostima della persona che vive il dolore e che non si lascia abbattere dalle dinamiche ridondanti della malattia e, al tempo stesso, accrescere l’autostima del professionista, che sarà soddisfatto e felice per aver fatto la differenza nella vita del suo assistito.
La sana compassione è un’abilità che si apprende con la pratica
Esercitare una sana compassione fa parte del pacchetto di abilità che ogni buon professionista dell’aiuto dovrebbe avere assimilato in un percorso formativo. Nonostante alcuni abbiano già una predisposizione all’aiuto e tanta buona volontà, è comunque fondamentale approfondire le proprie competenze e imparare a gestire la malattia non solo da un punto di vista clinico ma anche comportamentale, emotivo e comunicativo.
L’emotività e la comunicazione col malato oncologico sono alla base della relazione d’aiuto e ciascun professionista, a prescindere dal piano di relazione e dal ruolo che ricopre, dovrebbe essere a conoscenza di tutte le dinamiche che riguardano la malattia in generale, e quella cronica nello specifico.
Compatire il malato oncologico e non essere in grado di gestire il suo flusso di emozioni è sbagliato sempre e ovunque, non solo negli studi dei medici o nelle corsie d’ospedale, ma anche a casa, nei centri estetici, nelle farmacie di quartiere e in qualsiasi altro contesto sociale.
Cambiare l’esperienza della malattia è davvero possibile: serve impegno, dedizione, determinazione e una grande dose di coraggio.
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Gestire la comunicazione con gli assistiti in maniera consapevole è un’abilità che non si può apprendere soltanto a livello teorico. Come amo ripetere spesso, per superare momenti difficili e fare i conti con il proprio dolore bisogna accogliere tutte le emozioni che si provano, anche quelle più negative.
Essere compassionevoli in maniera sana vuol dire dare a sé stessi la possibilità di vivere pienamente ogni stato d’animo: questa competenza si apprende soltanto mettendosi in gioco, facendo esercizi su di sé, ribaltando le proprie convinzioni e imparando a riconoscere e gestire le stesse dinamiche nell’altro.
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