L'Italia ha bisogno di professionisti specializzati in coaching oncologico: perché?

Perché l’Italia ha bisogno di una rete di professionisti specializzata in Coaching Oncologico

Il coaching, una pratica largamente diffusa e divulgata da diversi decenni, negli ultimi anni sta attraversando una rapida fase di evoluzione, e non solo oltreoceano. Anche in Italia, infatti, suscita sempre più interesse, e numerose sono le scuole o i corsi che nascono ogni anno su tutto il nostro territorio.

Esistono diverse tipologie di coaching applicabili a diversi ambiti: dal generico life coaching o mental coaching, ai coaching dedicati alla scrittura, allo sport, al business e alla salute.

In quest’ultima categoria si inserisce a pieno titolo il Coaching Oncologico, una pratica necessaria ed efficace per i professionisti della relazione d’aiuto che sentono il bisogno di integrare il proprio percorso evolutivo personale e professionale.

In questo articolo vedremo insieme perché oggi più che mai è necessario lavorare per costituire una solida rete di professionisti specializzati in Coaching Oncologico e quali sono i vantaggi di un percorso formativo incentrato sulla comunicazione pragmatica e sulla relazione con tutti coloro che hanno a che fare con la malattia.

Le doti di un buon professionista della relazione d’aiuto (h2)

Quante volte sentiamo parlare di medici di buon cuore che per vocazione e spirito di sacrificio mettono la propria vita a servizio di chi soffre? Quante volte sentiamo parlare di medici altruisti, di istinto professionale o propensione all’altruismo in tutti coloro che lavorano nelle corsie, instancabilmente, notte e giorno?

In tutto questo c’è di sicuro un fondo di verità: ci sono molti professionisti che hanno doti comunicative innate e sono naturalmente portati a prendersi cura degli altri con competenza e sensibilità. Ma rimango dell’idea che anche in questi casi, come in ogni ambito, per quanto una persona possa avere delle doti naturali, l’allenamento e la formazione per acquisire sempre di più abilità che non siano frutto del caso ma di ciò che funziona davvero siano essenziali a qualsiasi livello.

Figuriamoci per quei professionisti che lavorano nella sanità e che non sono dotati di queste caratteristiche che possiamo definire ‘ereditarie’. In fondo, chi decide di fare il medico molto spesso lo fa anche per la natura tecnica del lavoro stesso o per la voglia di risolvere dei problemi complessi.

Molti medici che si occupano di malattie croniche come il cancro, infatti, non sempre riescono a entrare in connessione con i propri assistiti o a essere realmente d’aiuto, e non per una mancanza d’attenzione o di cura ma per una lacuna formativa che riguarda il mondo accademico, e in particolare l’ambito della comunicazione. E per questo, purtroppo, è anche nata la credenza che il medico sia, o debba essere per forza considerato, ‘cinico’ per riuscire a reggere la pressione e mantenere un controllo.

Convinzione del tutto disfunzionale sia per il medico stesso sia per coloro che hanno o avranno a che fare con lui.

Se sei interessato all’argomento, ti invito ad approfondire il concetto di compliance medica attraverso la lettura dell’articolo La compliance medica nel rapporto con il malato oncologico.

Aiutare è una competenza (h2)

Chi non ha doti comunicative innate, non riesce a dimostrare empatia e sente di non entrare mai davvero in contatto con i propri assistiti può continuare a esercitare la professione di medico o di professionista dell’aiuto? Naturalmente sì.

Con i tradizionali percorsi di formazione, i professionisti acquisiscono grandi competenze tecniche e specialistiche ma spesso niente di tutto questo può rivelarsi utile quando, ad esempio, ci si ritrova a contatto con un paziente fortemente scosso dalla malattia, confuso o in preda a emozioni che tendono alla depressione. In questi casi il percorso oncologico non può limitarsi alla somministrazione del farmaco: bisogna andare in profondità per scoprire da dove provengono tutte le emozioni disfunzionali che impediscono all’assistito di ristabilire un equilibrio mentale prima che corporeo.

Per farlo non è necessario essere psicologi o dedicare molte ore al lavoro di indagine: con un’attenta comunicazione ed esercizi mirati si possono ottenere grandi risultati in pochissimi minuti. Ma allora perché oggi sembra così difficile mettere in pratica tutto questo?

Esiste un gap formativo che riguarda non solo i medici ma tutta la rete di professionisti specializzati nella relazione d’aiuto, dai medici di base agli oncologi, dagli psicologi e psicoterapeuti agli operatori olistici, dai nutrizionisti ai farmacisti e ai naturopati, e molti altri ancora.

Spesso queste figure assumono atteggiamenti sbagliati e non riescono a diventare delle figure di riferimento per i propri assistiti, a partire dal momento stesso in cui comunicano una diagnosi. Usare le parole giuste, il tono di voce più adatto e mostrare la giusta vicinanza senza correre il rischio di rimanere troppo coinvolti nelle vicende di coloro che soffrono sono elementi che si possono apprendere con un percorso specifico e trasformativo, quindi non solo teorico, e con la consapevolezza di volersi mettere in gioco per diventare professionisti migliori.

Leggi anche: Le basi della psicologia di un malato di cancro che tutti gli operatori dovrebbero conoscere.

Specializzarsi in Coaching Oncologico (h2)

Come abbiamo visto, per diventare dei professionisti seri ed efficaci le buone intenzioni spesso non bastano. Così come non bastano il solo buon cuore, l’empatia e la voglia di aiutare gli altri. I professionisti di oggi hanno delle lacune formative da colmare e nuove competenze da acquisire per imparare a fronteggiare situazioni in maniera non solo tecnica ma anche pratica e pragmatica.

Interfacciarsi con coloro che affrontano un cancro non è mai semplice: per questa ragione ritengo che oggi sia necessario più che mai costituire una solida rete di professionisti specializzati in Coaching Oncologico.

Come colmare le lacune formative (h3)

Rendersi conto di non riuscire a dare il massimo o a ottenere risultati positivi dai propri assistiti può essere destabilizzante e abbassare enormemente l’autostima del professionista stesso.

Come ho scritto nell’articolo Distacco emotivo difensivo: come capire quando si tratta di una consapevolezza sana e quando no, è necessario ricercare sempre un giusto equilibrio tra distacco e coinvolgimento, in modo da poter fornire in ogni occasione l’aiuto più adatto e più efficace per la persona con la quale si è in contatto.

Quando, però, queste competenze non ci sono – il professionista sente di essere troppo emotivamente coinvolto o, al contrario, non riesce a stabilire la giusta connessione con l’assistito – è necessario impegnarsi per acquisirne di nuove e specifiche.

Queste skill, per quanto ormai vendute in decine e decine di corsi o videocorsi su PNL e comunicazione efficace, non saranno mai specifiche e adatte a gestire problematiche più complesse, come la relazione con persone che affrontano la malattia oncologica.

Master in Coaching Oncologico (h3)

Entrare a far parte della rete di professionisti specializzati in Coaching Oncologico è importante se si vuole imparare a fare davvero la differenza nella vita delle persone.

Se hai già un lavoro nella relazione d’aiuto e senti di voler acquisire maggiori competenze pratiche e relazionali, il Master in Coaching Oncologico è il percorso di formazione e di trasformazione più adatto. A differenza dei più comuni percorsi di studio, questo Master permette al professionista di partire prima di tutto da sé stesso, mettendo in atto un percorso individuale mirato allo scioglimento di tutti quei nodi che derivano da un imprinting negativo e dall’aver acquisito nel tempo convinzioni sbagliate e depotenzianti.

Specializzarsi in Coaching Oncologico vuol dire acquisire un metodo dialogico efficace e apprendere un protocollo di lavoro che permette, in pochi minuti, di far cambiare nell’assistito la prospettiva nei confronti della malattia e, in contemporanea, di attivare il suo percorso di crescita personale e miglioramento.

Diventare un Cancer Coach® (h3)

Aiutare le persone che soffrono a gestire la malattia oncologica può diventare anche una missione di vita.

Specializzandosi ulteriormente e diventando un Cancer Coach®, il professionista dell’aiuto potrà determinare un cambiamento reale in chi affronta la malattia oncologica, attraverso sessioni one to one mirate a trasformare tutti i meccanismi intrinsechi che hanno influenzato l’arrivo della malattia, aiutando la persona a riprendere in mano il controllo della propria salute.

Permettere a chi soffre di conoscere le dinamiche comportamentali ed emozionali profonde è fondamentale. Dare un significato alle proprie emozioni, persino a quelle negative, aiuta chi vive uno scenario di malattia a non sentirsi intrappolato in un vortice di sofferenza che si autoalimenta.

Il cancro è un’esperienza di vita sconvolgente, certo, ma se gestito con gli strumenti giusti e con una guida esperta al proprio fianco, può diventare una grande opportunità di crescita.

Ti interessa saperne di più? Leggi il mio ultimo libro: Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione.

Parlo di questi temi all'interno del Master in Coaching Oncologico

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