Comunemente si tende a credere che l’unico modo per stare bene sia allontanare il più possibile emozioni e sensazioni negative dalla propria quotidianità. Quante volte ci sarà capitato di non compiere determinate azioni perché sappiamo in anticipo che ci faranno stare male? E quante volte non comunichiamo i nostri pensieri perché temiamo di causare disagio e sconforto a noi stessi o a coloro che ci ascoltano?
A volte, scegliamo persino di rinunciare a nuove esperienze di vita soltanto per la paura di affrontare cose che non conosciamo, convincendoci di non esserne all’altezza.
Questa avversione nei confronti della sofferenza, però, rischia di diventare un problema per tutti coloro che con la sofferenza ci fanno i conti quotidianamente per via di una malattia cronica o per un disagio profondo.
Se sei un professionista della relazione d’aiuto e stai cercando un metodo efficace per migliorare l’esperienza della malattia nel tuo assistito, troverai in questo articolo dei consigli molto utili che potrai mettere in pratica subito.
Indice dell'articolo
Analizza insieme al tuo assistito l’origine delle emozioni
L’esperienza della malattia è naturalmente una fonte di sofferenze. Nessuno è mai felice nel momento in cui affronta una malattia grave, soprattutto perché la paura della morte prende subito il sopravvento su tutte le altre emozioni.
Il pensiero delle terapie che si dovranno affrontare, il timore di stare male fisicamente o di perdere la propria autonomia sono solo alcune tra le cause più evidenti di una condizione di sofferenza profonda. In qualità di professionista della relazione d’aiuto non dovresti mai ignorare queste paure o considerarle passeggere. Piuttosto, fermati a riflettere sul loro significato profondo, cercando di capire insieme al tuo assistito su quale sia la loro origine e se si tratta di paure, per così dire, ‘fisiologiche’ o determinate da traumi ben più difficili da ricercare.
Se sei preoccupato di non riuscirci o pensi di non avere abbastanza tempo, elabora una serie di domande mirate che possano far luce su ciò che di negativo assale la mente della persona nel presente, e ponile al tuo assistito all’inizio di ogni sessione. Parlare lo aiuterà a elaborare meglio ciò che prova e a dare un significato e un valore del tutto nuovo a ogni stato d’animo.
Non tutto il male può fare male
Ci sono dei momenti della vita in cui tutti noi siamo costretti a fare i conti con il dolore. A prescindere dalle ragioni che la determinano, però, la sofferenza è un’esperienza di vita, e va affrontata con la stessa forza e determinazione con cui si affrontano le sfide quotidiane dalle quali si traggono i migliori insegnamenti.
Per quanto sia complicato affrontarlo, il dolore fortifica e dona consapevolezza. Non esiste felicità senza sofferenza.
Anche durante le fasi iniziali della malattia, quelle in cui sembra impossibile trovare ragioni per essere felici o sperare nel futuro, bisogna sempre tenere presente che il dolore che si prova non è lì per caso, ma è la conseguenza di qualcosa che, con impegno, si può imparare a gestire. Per questo ti invito a fornire ai tuoi assistiti dei consigli pratici, con lo scopo di renderli più autonomi e capaci di fronteggiare i momenti di sconforto anche quando non sei fisicamente al loro fianco.
Se sei interessato alle tecniche di gestione delle emozioni, ne parlo anche qui: Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai pazienti.
Dagli il permesso di stare male
Nei momenti in cui il carico di sofferenza è maggiore e sembra non ci sia modo di fermare il flusso emotivo dell’assistito, più che le parole è utile mostrare vicinanza. Fagli capire che non c’è niente di male nel sentire quel dolore, ma soprattutto che è giusto tirarlo fuori e mostrarlo agli altri. È un dolore naturale, che tutti quanti al suo posto proverebbero con la stessa intensità.
Dagli il permesso di stare male, di lasciarsi andare e di vivere appieno anche la sofferenza: una volta che avrà accettato le difficoltà, non si sentirà più in colpa o debole ma si darà il tempo giusto per riflettere su quali sono le cose che può e che non può fare, e sarà in grado, poi, di ripartire con maggiore grinta e consapevolezza.
Come ho scritto nell’articolo I danni delle teorie sul pensiero positivo nel contesto oncologico, negare e non accettare mai del tutto la sofferenza non permette di dare il giusto valore alla gioia, alla felicità e alla soddisfazione per ogni nuovo traguardo raggiunto.
Leggi anche: Come (e perché) aumentare l’autostima nei pazienti insicuri.
Dai a te il permesso di stare male
L’accettazione della sofferenza non è un qualcosa che riguarda soltanto chi vive uno scenario di malattia: emozioni negative e paure fanno parte della vita di ognuno. Uno dei compiti principali del professionista della relazione d’aiuto, però, è insegnare a gestire queste emozioni.
Proprio per questo non puoi correre il rischio di lasciarti prendere dalla paura di non farcela o di non riuscire ad aiutare il tuo assistito con fermezza emotiva. Imparando a mostrare il giusto coinvolgimento sarai in grado di affrontare anche le situazioni più delicate.
Molti professionisti credono sia semplice: alcuni ritengono che basti il buon senso e l’istinto; altri scelgono direttamente la via della distanza emotiva e del cinismo. La realtà, però, dimostra che nella relazione d’aiuto queste due alternative non funzionano. Per aiutare ci vuole empatia e sensibilità, certo, ma anche un bagaglio ben solido di competenze specifiche, da mettere in campo sempre e da modulare in base alle specificità del caso. Ti stai chiedendo da dove cominciare?
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Buona lettura e buono studio!