responsabilità malattia

Come e perché il malato dovrebbe accogliere la responsabilità della propria malattia

Per via dell’imprinting che abbiamo ricevuto da bambini, siamo spesso portati a considerare la malattia come qualcosa che accade al corpo: un evento che si subisce e sul quale non si ha nessun tipo di controllo. Ragionando in questi termini, di conseguenza spesso si attribuisce la guarigione alla bravura di un medico, all’efficacia di un farmaco, se non addirittura alla fortuna o all’intercessione del buon Dio.

Ciò che non si comprende, però, è che, invece, è un processo attivo di cui si è protagonisti e non spettatori.

Ecco perché ogni percorso di guarigione che si rispetti dovrebbe partire da una presa di coscienza forte: accettare e capire la malattia vuol dire prendere parte al percorso di crescita e affiancamento, e non lasciare nelle mani di altri il proprio destino.
Prendersi la responsabilità della malattia è importante. Scopriamo insieme perché.

Il benessere psicologico ed emotivo è una componente importante nel percorso di crescita e affiancamento, ma deve essere integrato con il supporto medico e terapeutico.

Come afferma il medico pioniere dell’omeopatia Constantine Hering, «Ogni guarigione comincia dall’interno e procede all’esterno, dalla testa verso il basso». Per quanto fondamentale, questo concetto fatica ancora a essere compreso da molti. La malattia non è mai qualcosa che riguarda soltanto il corpo: quando arriva scuote e stravolge la persona nel suo insieme.

Provoca malessere, ansia, tristezza, frustrazione e tutta una serie di sensazioni che riguardano la sfera emotiva della persona. Pur non essendo visibili, questi flussi di emozioni influenzano la salute della persona.

Come scrivo anche nell’articolo dedicato alle scale di valutazione del dolore, siamo abituati a collegare il dolore soltanto a un qualcosa che si può vedere e toccare.

Pensiamo alle ferite, agli organi colpiti da metastasi, alle fratture: ogni malato ha a disposizione cartelline piene di foto o documenti che ne attestano l’evidenza. E spesso, purtroppo, è solo lì che si concentrano gli sforzi per il percorso di affiancamento e supporto emotivo. Ma siamo sicuri che stare meglio significhi soltanto fare un intervento chirurgico, chiudere una ferita o lenire il dolore di una cicatrice?

Chi non riesce a superare la paura della malattia o della morte durante un percorso di affiancamento e supporto, con ogni probabilità, continuerà a provare quelle stesse emozioni anche una volta guarito. Vivrà nel terrore costante di avere una ricaduta e di dovere affrontare ancora una volta esami e terapie. Insomma, non riuscirà a stare bene neanche in un corpo sano.

Pertanto, come insegna Hering, è necessario invertire la rotta e pensare alla guarigione non solo come a un qualcosa che riguarda organi e tessuti, ma come a un percorso che parte dalla sfera interiore per arrivare alla superficie soltanto in un secondo momento.

Prendersi la responsabilità della malattia

Può sembrare banale, ma il primo passo da fare per intraprendere un percorso di guarigione è capire che bisogna fare qualcosa. È necessario, non si può sfuggire: finché non ci si prenderà carico della propria salute e della propria vita, non si potrà stare bene.

Lasciando che siano gli altri a prendere in mano il controllo della situazione non si fa altro che scaricare questa responsabilità all’esterno e delegare a qualcun altro quello che si ha di più prezioso: la vita.

Essere passivi, gettare la spugna e sprofondare nella dinamica della lamentela e del vittimismo è una richiesta d’attenzione che dimostra una mancanza di fiducia in sé stessi e nel cambiamento.

Questa dinamica disfunzionale è molto comune. Dare la colpa agli altri, cercare sempre all’esterno un capro espiatorio sul quale riversare la propria rabbia, la paura o la frustrazione per la malattia è certamente la strada più semplice da percorrere.

Tirarsi su le maniche e pensare a cosa si può fare di concreto ogni giorno, invece, costa fatica e dolore, soprattutto se non si riesce ad allontanare la paura del fallimento.

Come comportarsi in questi casi?

Se sei interessato all’argomento, nell’articolo Come confortare un malato di cancro risolvendo il disagio nell’approccio spiego in che modo si può superare la dinamica della passività e dare potere personale ai propri assistiti.

A ciascuno il suo ruolo

Ci sono delle incombenze delle quali soltanto la persona che vive la malattia può farsi carico.

Per una questione culturale si è spesso portati a considerare il medico come colui che possiede tutte le verità. Lui sa sempre cosa bisogna fare, quali medicine prendere e per quanto tempo. Spesso ci si affida a lui completamente, mollando la presa e aspettando la prossima indicazione da seguire alla lettera.

Persino il medico più esperto e competente, però, dovrebbe far capire al malato che è bene stabilire un confine tra ciò che può fare con l’aiuto del professionista e ciò che può fare in autonomia. In questo modo non solo aumenterà la compliance medica, ma sarà in grado di svolgere il suo lavoro senza sentirsi stressato o eccessivamente coinvolto nella sofferenza del suo assistito.

Prendersi cura della propria sfera emotiva, migliorare le relazioni che si hanno con sé stessi e con gli altri o, semplicemente, fermarsi ad analizzare i propri bisogni insoddisfatti per cercare di sciogliere tutti i nodi del passato: sono tutte terapie da autoprescriversi.

Il professionista deve saper accompagnare e guidare la persona lungo i percorsi giusti, quelli che conducono al famoso click che stimola il cambiamento; ma la responsabilità del viaggio è in gran percentuale nelle mani, o meglio, nelle gambe di chi si mette in cammino.

Leggi anche: Stress da lavoro correlato e professionisti della relazione d’aiuto.

Il percorso giusto

Dare potere personale e maggiori responsabilità ai propri assistiti è uno dei compiti principali di ogni buon professionista della relazione d’aiuto. A volte, però, soprattutto se non si ha una preparazione adeguata, è difficile capire quali sono le corde giuste da toccare per portarli a ottenere determinati risultati e raggiungere sempre più obiettivi.

Attraverso quali parole si può accrescere la loro autostima? Come si può trasformare la paura che provano in fiducia nel percorso e stimolo al cambiamento?

Se non ti sei mai posto queste domande o se senti la necessità di trovare risposte nuove per migliorare il tuo approccio con chi affronta la malattia, all’interno del libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione troverai la descrizione del metodo con il quale ho aiutato centinaia di persone ad accogliere la responsabilità della malattia e a migliorare la qualità della vita oltre il supporto.

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