Sono Ilaria, psicologa e psicoterapeuta. Ho scelto con grande passione e con un lungo discernimento la mia professione.
La mia domanda è sempre stata: quali sono gli elementi che innescano un processo di cambiamento profondo e duraturo?
Ho sempre creduto con fermezza che nulla cambia fuori, se prima non cambia dentro, anche perché come qualcuno ha detto bene “il cambiamento è una porta che si apre solo dall’interno” (T. Peters).
Mossa da tale convinzione, ho intrapreso un lungo percorso di formazione nel quale ho appreso, e continuo ad apprendere, varie metodologie per aiutare le persone a riscoprire le proprie risorse personali e risolvere lo stress legato agli eventi più disturbanti della loro vita. In mezzo a questo percorso professionale ho incontrato in prima persona la malattia oncologica. Un inatteso che ha avuto un effetto dirompente nella mia vita.
Dopo un momento di destabilizzazione iniziale, ho subito sentito che quella situazione non era capitata per caso: era un’esperienza di vita che conteneva (almeno) una lezione che io avrei potuto cogliere, se fossi rimasta aperta, nel cuore e nella mente. Ogni fase del mio percorso di diagnosi, chirurgia, terapia, e ora di controlli ha rappresentato e continua a rappresentare una fonte di emozioni forti: incredulità, commozione, impotenza, paura, alternati a momenti di grande energia e voglia di vivere.
Pian piano mi sono resa conto che la mia condizione di malattia mi stava aprendo gli occhi sempre di più su molti aspetti della vita e della morte, della salute e della guarigione, che non avevo fino ad allora veramente visto, pur avendoli sfiorati attraverso la malattia di alcune persone care, oltre che attraverso il mio percorso di studi.
Per questo, quando qualche mese dopo sono venuta a conoscenza del Master in Coaching Oncologico, ho pensato che mi meritavo proprio un regalo: ossia quello di dedicarmi del tempo per andare a fondo rispetto alla mia stessa esperienza di malattia, per capire quali risorse avessi realmente messo in campo (anche senza rendermene del tutto conto) e per sviluppare quelle che mi potessero servire da lì in poi.
In realtà, essendo come psicoterapeuta costantemente in terapia e in supervisione, avevo già lavorato profondamente sulla parte traumatica della vicenda.
Tuttavia, sentivo la necessità di mettere più benzina nel motore della crescita e della fioritura posttraumatica. E d’altra parte sentivo bussare forte l’esigenza di strutturare meglio la mia possibilità di intervento a supporto di altri che si trovassero nella mia situazione, per contribuire a incrementare quella voglia di vivere che oggi anche la scienza della psico-neuro-endocrino-immunologia riconosce essere un fattore chiave per stimolare il sistema immunitario e sostenere i processi di reazione alla malattia, oltre che incrementare l’efficacia delle cure.
Indice dell'articolo
INTEGRITA’ PROFESSIONALE
L’integrità professionale è per me importante, ed essere passata io stessa dall’esperienza della malattia mi ha fatto percepire di avere in mano una forza in più per sostenere le persone che si trovano a fronteggiare il cancro. Certo, la domanda forte è stata: come occuparmi di questi argomenti, se io per prima non ho il controllo sulla mia salute, come l’esperienza mi ha insegnato?
Il Master mi ha aiutato a rispondere a questa domanda in vari modi. Intanto, fornendomi stimoli su un punto fondamentale su cui stavo già lavorando, e cioè che non solo il controllo è un’illusione della mente, ma è esattamente ciò che la malattia ci invita a lasciar andare, perché forse quel bisogno di controllo, che veniva da paure o da altri sentimenti negativi del passato, è stato proprio uno dei meccanismi che hanno lavorato nel profondo contribuendo a generare terreno patogeno.
In secondo luogo, nel Master abbiamo ripreso in mano la definizione di salute data dall’OMS: salute non è la semplice assenza di patologia, ma “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, quindi una condizione di equilibrio nei vari ambiti della propria vita. In quest’ottica, occuparmi di chi vive il cancro rappresenta uno dei tasselli di un mio modo di vivere coerente, che prevede la ricerca della salute a tutto tondo, a partire dal prendermi cura amorevolmente della mia vita e di quella di chi incontro.
Infine, arrivare da un’esperienza oncologica mi mette immediatamente su un piano paritetico rispetto a chi incontro. Il mio modo di fare psicoterapia non si è mai basato su una concezione asimmetrica, in cui io come professionista detenessi una verità che la persona davanti a me doveva faticosamente scoprire. Ho sempre inteso invece il lavoro terapeutico come un cammino maieutico e cooperativo, e durante il Master ho avuto modo di rileggere questo mio approccio all’interno dei cinque assiomi fondamentali della comunicazione, e in particolare quelli che affermano che “ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo” e che “tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza”.
In sintesi, mi sono riconfermata nella mia convinzione che il fatto che qualcuno si affidi ad un professionista è un’occasione preziosa e unica,
in cui due individualità si mettono all’opera in un cammino condiviso fatto prima di tutto di rispetto e ascolto. Anche perché, non c’è tecnica che tenga se non c’è in primis una relazione autentica e affidabile tra professionista e cliente.
Come post-scriptum a questo paragrafo, aggiungo che ho trovato fondamentale il focus del Master sulle dinamiche comunicative nella relazione medico-malato, anche per rileggere alcune situazioni da me sperimentate (direi subìte) in ambito medico ed ospedaliero in quanto utente. E ritengo che l’esperienza vissuta sulla mia pelle a questo riguardo, rielaborata anche grazie ai contenuti del Master, mi aiuterà a entrare in empatia con le persone con cui lavorerò e a farle sentire maggiormente capite e accolte.
DALL’IMPOTENZA ALL’ESSERE ATTIVI
Il Master mi ha fornito una serie di strumenti che ho sperimentato su me stessa e che sto man mano integrando nella mia pratica clinica, che sono accomunati da un’intuizione trasversale: la persona che vive la malattia oncologica va portata a diventare attiva. Questo messaggio chiave, che Mara ha presentato fin dall’inizio del percorso, è subito entrato in risonanza con quanto io avevo compreso fino a lì sul cancro: ossia che ha una forte relazione col senso di impotenza e di mancanza di speranza, sentimenti a loro volta che non rappresentano semplicemente una reazione alla diagnosi e alla malattia stessa (la cosiddetta sindrome psiconeoplastica), ma costituiscono una caratteristica tipica della personalità di chi incontra il cancro.
Oggi è noto che le ferite dell’anima che ci portiamo dal passato, nella forma di incidenti, aggressioni o violenze, ma anche di trascuratezza emotiva e relazionale, hanno un impatto su tutta la fisiologia, poiché attivano la risposta allo stress, portando alla produzione di cortisolo e adrenalina e a una ridotta attività del sistema immunitario, tutti fattori che contribuiscono a quel terreno patogeno che può favorire l’avanzata del cancro.
Quando la vita ci mette di fronte a qualcosa di grande come una malattia grave e cronica, sotto l’effetto del grande stress che subiamo abbiamo più probabilità di abbassare il nostro livello di funzionamento e di rispondere in base a quelli che sono i nostri principali punti di vulnerabilità.
Senso di perdita dei nostri ruoli sociali, delle prospettive lavorative e famigliari, deflessione dell’umore, ansia e angoscia possono travolgerci e bloccare le capacità naturali di autoguarigione psichica di cui invece siamo dotati in quanto esseri umani, oltre che portarci a rimanere radicati in vecchie abitudini nocive che non riusciamo ad abbandonare.
LA SOFFERENZA E’ UN’ABITUDINE
Come psicologa e psicoterapeuta, mi è evidente quotidianamente che la sofferenza è un’abitudine.
Il Master mi ha aiutato a formulare delle domande che possano aiutare le persone in una ristrutturazione cognitiva, che restituisca a loro il senso di potenza e di possibilità di scelta. “Come ti sentiresti se quest’abitudine durasse per tutta la vita?”, “Cosa otterrai se smetterai di comportanti così?”: a volte è proprio questo che dobbiamo chiederci, e non solo a proposito di comportamenti reiterati e dannosi, ma anche rispetto a quei pensieri e a quelle emozioni disfunzionali di cui ci nutriamo inconsapevolmente ogni giorno.
Le abitudini del cuore hanno il potere di creare terreno patogeno, o al contrario di contenere i processi di malattia, spesso più ancora di quelle fisiche. E certamente è da dentro, dalle convinzioni che noi abbiamo, che si può generare o meno quella leva motivazionale necessaria anche a intraprendere cambiamenti esterni come quelli legati all’alimentazione, all’attività fisica e in generale allo stile di vita.
SCRIVERE E DARSI OBIETTIVI SMART
Durante il Master ho scritto moltissimo, come non facevo da tempo. Ho sperimentato in prima persona che una possibile modalità di reazione alla malattia, dopo un iniziale congelamento, è quella di proiettarsi fuori, nell’essere forti, nel fare, nell’aiutare gli altri nei loro percorsi di crescita e guarigione interiore. Io questo l’ho fatto con tutta me stessa, sia nel lavoro che in famiglia: con due bimbi piccoli e una professione ben avviata, non mi sono troppo soffermata a capire cosa mi stava succedendo.
Tuttavia, ho sentito quanto sia necessario ritagliarsi del tempo per rientrare profondamente in contatto con se stessi. Scrivere libera molte energie e lavorare sulla narrazione è non solo uno strumento potente di consapevolezza, ma anche un modo per decomprimere il peso degli eventi trascorsi o di quanto si dovrà affrontare.
Avere delle scadenze, quindi sapere che ogni lezione aveva dei suoi esercizi da fare, è stato un modo per darmi dei tempi e organizzarmi, cioè per darmi obiettivi S.M.A.R.T.: specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e delineati nel tempo. Darsi obiettivi di questo tipo è spesso un modo “dal basso” per iniziare a uscire dalla sensazione di impotenza e di ottundimento mentale generata dalla malattia e da lì innescare processi positivi verso cambiamenti più profondi.
I BISOGNI INCONSCI DELL’ESSERE UMANO
Occupandomi di “esseri umani” da molti anni, ho sempre avuto contatto con il “sommerso”, con la parte sott’acqua dell’iceberg, dove si giocano le partite fondamentali che determinano chi noi siamo e ciò che esprimiamo nella nostra vita.
Tuttavia il Master mi è stato di grande aiuto nel semplificare un po’ la grande quantità di nozioni a mia disposizione e nel darmi alcuni punti di riferimento saldi, puliti, utili per portare le persone ad un primo orientamento rispetto al proprio mondo interno. Tra questi elementi di orientamento inserisco i quattro bisogni inconsci dell’essere umano.
Prima di tutto, ho ritrovato con piacere un riferimento al bisogno di “riconoscimento”, che tra l’altro è stato proprio al centro dei miei studi da giovane ricercatrice universitaria, e più che mai dopo l’esperienza della malattia mi è stato utile percepire quanto questo stesso bisogno abbia giocato un ruolo chiave nella mia vita. Accanto a ciò, ho visto che aiutare le persone a riflettere sui loro bisogni di appartenenza, ma anche di certezza e di incertezza, fornisce degli insight profondi che sbloccano subito delle consapevolezze centrali per la crescita individuale.
In generale, ho trovato nel Master una sorta di sistema di riordino di molti miei strumenti professionali: invece di aggiungere semplicemente nozioni, ho aggiunto griglie all’interno delle quali collocare le stesse nozioni, e ho subito visto che le persone si sentivano a loro agio quando in seduta iniziavo a portare alcuni di questi attrezzi.
LA MULTIFATTORIALITA’ DEL CANCRO
Pur avendo avuto un taglio prevalentemente pratico ed attivo, il Master ha toccato anche alcuni aspetti teorici relativi all’origine del cancro. Ho avuto modo così di mettere insieme diverse conoscenze al riguardo, il che mi conferma nell’idea che possa giovare adottare uno sguardo
integrato nella cura di questa patologia.
Comprendere la multifattorialità dell’origine del cancro è di grande aiuto per aiutare le persone a disinnescare alcune supposte “certezze scientifiche” (come quella che la causa principale dei tumori sia genetica), che in realtà possono far sentire più inermi di fronte alla malattia di quanto neppure la scienza possa giustificare. Nel Master abbiamo sperimentato su di noi l’esercizio della ruota della multifattorialità, che ho trovato impattante a livello visivo e di consapevolezza: i pensieri, le emozioni, ciò insomma che si muove nella mente e nel cuore può agire a livello profondo e trasversale, modulando l’espressione di altre componenti, e contribuendo così in modo lento, ma incrementale, alla progressione del cancro.
Dall’altra parte, in quanto malata, so bene che per rinforzare il nostro “guaritore interiore” abbiamo necessità di non cadere nell’errore di ritenerci colpevoli della nostra stessa malattia. In tal senso integro l’approccio attivo, volto alla presa di responsabilità personale, proposto dal Master, con la mia precedente formazione in psicotraumatologia che mette in luce come alcune nostre caratteristiche psicologiche e comportamentali possano derivare da esperienze stressanti o traumatiche del nostro passato.
Quindi anche l’aver vissuto in situazioni di stress prolungato per anni, cosa che alcuni ritengono con dispiacere causa precipitante della loro malattia, può invece essere inteso nella logica di una storia ferita di cui finalmente prendersi cura, grazie al messaggio che la malattia stessa porta con sé. La malattia diventa così paradossalmente un’occasione per fermarsi e rileggersi in modi nuovi, magari per autorizzarsi in quel processo di cura di sé che si era sempre rimandato per svariati motivi.
L’EPIGENETICA E I MECCANISMI DIFENSIVI NATURALI DELL’ORGANISMO
Nella mia professione sono sempre stata interessata agli studi riguardanti l’epigenetica, ossia quei meccanismi che stanno “sopra” la pura eredità familiare e che costituiscono il codice che trasferisce l’informazione ai geni e dice loro come si devono comportare, quali proteine sintetizzare, se attivarsi o disattivarsi (come descrive il prof. Pier Mario Biava, i cui studi ho potuto approfondire durante il
Master).
L’epigenetica ha già dimostrato che i ricordi stressanti e traumatici sono ricordi fisici, trasmissibili da una generazione all’altra, in quanto trattenuti a livello cellulare nell’impronta chimica (il metile) che influenza la funzione dei geni stessi. E con traumi non si intende solo quelli che hanno messo a repentaglio la vita propria o altrui, ma anche quelle situazioni che hanno generato profondi
sentimenti di vergogna e inadeguatezza.
In questo senso ritengo fondamentale come professionista aiutare le persone a sbloccare i ricordi traumatici, a rivoluzionare le cognizioni negative su di sé che derivano da quei sentimenti depotenzianti, e a rinforzare le proprie risorse.
A volte, per riuscire in tutto ciò, soprattutto quando si è nel momento sconvolgente della malattia, è necessario ancora prima portare la persona a consapevolizzare di che cosa si nutra la loro omeostasi di sofferenza. Come abbiamo visto nel Master, la sofferenza comporta una serie di reazioni biochimiche che si sono trasmesse tra mente e corpo che ha creato un’omeostasi interna a cui la persona è ormai abituata, al punto da non vedere più la via d’uscita.
Per diradare queste nebbie fitte, è utile aiutare le persone a iniziare a cambiare qualcosa, anche di piccolo, ma che sia ben ritagliato sulle loro specifiche esigenze. Ciò può innescare l’esperienza del piacere, la quale a sua volta può fare da leva per motivare ad approfondire quel processo di cambiamento che resterà certamente graduale, ma che, se ancorato all’esperienza piacevole, porterà con sé altri cambiamenti in una spirale positiva.
I nuovi strumenti appresi nel Master possono in questo senso integrarsi con il mio metodo di lavoro abituale e contribuire così ancora di più ad alleviare il dolore dei traumi vissuti dalle persone, sia prima della malattia che proprio nella forma della malattia. E se ciò non è direttamente una terapia contro il cancro, costituisce comunque un modo per riattivare le difese naturali dell’organismo e contribuire ad un benessere a tutto tondo, al di là della cura stessa.
LE MIE CONCLUSIONI: COSA HO IMPARATO SU MALATTIA, SALUTE E GUARIGIONE
In conclusione di questa relazione, ho il piacere di riportare alcune riflessioni sulla malattia, la salute e la guarigione che ho elaborato proprio svolgendo alcuni degli esercizi del Master, che sono stati l’occasione per me per mettere nero su bianco quanto la mia esperienza personale stava smuovendo.
In primis, ho compreso che, per paradossale che possa sembrare, la malattia viene per farti guarire.
Guarire dentro, guarire nello sguardo e nel cuore. Per riconnetterti con il tempo e lo spazio fuori di te, per renderti conto che non sei isolato, ma immerso in una realtà molto più grande di te, in cui tutto è fortemente interconnesso. Per insegnarti senza più ombra di dubbio che il controllo è un’illusione della mente, e che la Vita, per fortuna, ha molta più fantasia di quanto ci stia nei tuoi parametri interiori umani, dunque necessariamente limitati.
Ho percepito con chiarezza che la malattia non è per forza qualcosa che ti chiude e ti sgonfia; al contrario, può darti la motivazione per fare quelle scelte e quei cambiamenti che non osavi fare, e non tanto, o non solo, quelli esterni (lavoro, famiglia, ecc.) quanto proprio quelli interiori: quando inizi a pensare che il tuo tempo è limitato, inizi a sentire che la vita è preziosa, allora puoi iniziare a riconoscerti in un certo modo, dirti che sei una certa persona, provare fino in fondo una certa emozione, e così via. La tua nuova versione della salute che arrivi a elaborare è centrata su un rapporto buono con te stesso/a e con gli altri.
Guarire non è solo curare i sintomi: al contrario, la guarigione è prima di tutto nell’anima. Entrare in pace con sé e con la Vita. Con Dio, per chi crede. La guarigione del corpo non è mai definitiva, ma in fondo neppure prima si era totalmente sani, anche se forse non lo si era compreso. Si è sempre un po’ sani e un po’ malati, un po’ vivi e un po’ perituri.
Si è guariti forse quando si è imparato a volersi così tanto bene, che si farà di tutto per tenere vivo quel benessere del corpo e quella felicità interiore che si è riusciti ad almeno sfiorare.
Si è guariti quando si sa a quali risorse interiori ed esteriori ricorrere in caso di necessità.
Si è guariti quando si accolgono profondamente dentro di sé la realtà della malattia e della morte
come parte della vita.
Perché la vita in fondo, come molti ben prima di me hanno detto, non è che l’arte di imparare a
morire
Ilaria Bianchi, psicologa e psicoterapeuta.