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Può capitare che un malato oncologico in alcune fasi del suo percorso di cura possa provare un’avversione solo apparentemente inspiegabile nei confronti del cibo o del nutrimento in generale.
In questi casi la causa del problema non è da ricercare in ciò che si mangia o nelle conseguenze dirette dell’atto stesso del mangiare (tra le quali, ad esempio, vomito o nausea): le ragioni di un disagio simile affondano le radici molto più in profondità.
Rifiutare il cibo è un comportamento pericoloso che può innescare tutta una serie di conseguenze negative. È un campanello d’allarme sia per l’assistito sia per il professionista: sottovalutare un atteggiamento simile o considerarlo ‘normale’, specialmente in alcuni momenti importanti del percorso di cura, potrebbe incidere negativamente e in maniera decisiva sullo stato di salute generale della persona.
Per aiutare il malato a superare un blocco emotivo che sta alla base di un problema di natura alimentare, è necessario prima di tutto spingerlo a riflettere su quale potrebbe essere la causa primaria di questo suo rifiuto.
Una comunicazione attenta e focalizzata sui suoi bisogni inespressi farà emergere immediatamente nuove consapevolezze. Soltanto arrivati a questo punto il professionista avrà a disposizione tutti gli strumenti necessari per guidare la persona verso una risoluzione definitiva del problema.
Rifiutare il cibo durante la chemioterapia
Il momento della chemioterapia è uno dei più significativi e determinanti per un malato oncologico. Affrontare un lungo programma terapeutico che comprende diversi cicli di chemioterapia richiede uno sforzo sia fisico sia mentale non trascurabile.
Il contesto nel quale si trova la persona, inoltre, incide fortemente sullo stato d’animo e sull’atteggiamento con i quali affronta i cicli di terapia. Se è molto distante da casa e lontano dagli affetti familiari, ad esempio, potrebbe vivere il momento della cura in maniera traumatica, associando questa fase importante del percorso a emozioni e sensazioni negative.
Quando si affronta il momento della chemioterapia si ha un sovraccarico di ansie, timori e aspettative. L’assistito non sa e non è in grado di comprendere se tutto andrà bene o male, se il suo corpo risponderà in maniera positiva o se le conseguenze saranno ancor più lunghe e dolorose della terapia stessa. Questo stato di tensione incide fortemente sulla sua emotività, al punto tale che anche un piccolo inconveniente o un effetto collaterale prevedibile può scatenare un gran numero di problemi secondari.
La chemioterapia ha diversi effetti collaterali, specialmente a breve termine. Tra i più comuni ci sono nausea, vomito e diarrea.
Per questa ragione provare disgusto e repulsione nei confronti del cibo mentre si stanno affrontando i cicli di terapia è perfettamente fisiologico. Il malato che comprende tutte queste dinamiche sa bene che il nutrimento è importante: per superare il problema dovrà compiere uno sforzo di volontà maggiore e attendere che gli effetti collaterali si attenuino con il passare del tempo.
A volte, però, lo sforzo di volontà non si riesce a compiere, nonostante i tentativi e le buone intenzioni. In casi come questo il rifiuto di nutrirsi può diventare davvero pericoloso: un dimagrimento violento o una perdita di energie possono costringere i medici a prendere drastici provvedimenti.
Leggi anche: Come comportarsi con un malato di cancro durante lo svolgimento della propria professione
L’importanza del nutrimento per un malato di cancro
Un malato di cancro che rifiuta il cibo può andare incontro a delle conseguenze molto negative che rischiano di mettere seriamente a repentaglio il suo stato di salute già compromesso.
Dimagrire drasticamente e in un intervallo di tempo molto breve può causare eccessivo affaticamento, malnutrizione o denutrizione. Non raggiungere l’adeguato fabbisogno energetico attraverso l’assorbimento delle sostanze nutritive presenti nel cibo provoca un calo delle difese dell’intero organismo.
Con i valori alterati delle analisi del sangue non è possibile proseguire il ciclo di chemioterapia. Sospendere le cure, anche se per un periodo di tempo limitato, accresce la durata dell’intero trattamento, aumentando la possibilità di ulteriori complicazioni future. Nei casi più gravi, un malato di cancro che rifiuta di mangiare costringe i medici a richiedere ricoveri forzati e trattamenti mirati a somministrare il cibo artificialmente.
Comprendere a fondo e per tempo le ragioni che spingono una persona a rifiutare di nutrirsi, quindi, oltre che fondamentale per il suo stato di salute , può contribuire a velocizzare il suo percorso di guarigione e a eliminare il rischio di complicazioni durante il post terapia.
Il rifiuto del cibo è sintomo di un trauma non ancora superato o di associazioni inconsce causate da una comunicazione sbagliata
Il professionista della relazione d’aiuto, dopo una fase di ascolto attivo, deve essere in grado di riconoscere nel malato la dinamica ridondante che mette in moto il meccanismo dannoso del rifiuto.
Ci sono diverse ragioni per cui una persona potrebbe provare avversione nei confronti del cibo. Porre all’assistito domande mirate sarà utile per ripercorrere a ritroso gli eventi più significativi della sua vita legati all’atto del mangiare.
Per un meccanismo di sopravvivenza, la nostra mente rimuove dall’insieme dei nostri ricordi quelli che hanno causato i traumi più intensi, provocando grandi sofferenze o periodi di stress prolungato. L’attività di scavo e di analisi interiore può portare alla luce elementi che credevamo sepolti, ma dei quali conserviamo traccia in certi nostri comportamenti o nelle reazioni emotive che ci colgono in alcuni momenti della vita.
Attraverso un dialogo costante e diretto sarà possibile individuare nel malato i ricordi o i traumi vissuti in passato legati al cibo e all’alimentazione.
Alcune persone, ad esempio, potrebbero associare il vomito o la nausea – effetti collaterali soggettivi, ma molto comuni della terapia – a un rimprovero ricevuto durante l’infanzia o al ricordo negativo di un avvenimento traumatico che ha scatenato una stessa reazione molti anni prima. In questi casi scegliere di non assumere alimenti, per loro, è un meccanismo di difesa: tenersi a distanza dal cibo vuol dire non correre il rischio di sentire quello stesso dolore del quale è ancora carico il ricordo.
Si tratta naturalmente di un meccanismo di difesa inconsapevole che mette in luce, però, una grande verità: il problema non è nel cibo, ma nella presenza di un trauma non ancora elaborato.
A tutto ciò va aggiunto il problema relativo a una comunicazione sbagliata da parte dei medici. Spesso alla persona vengono comunicati gli effetti collaterali della terapia quali nausea, vomito e affaticamento, come se si trattasse di condizioni oggettive, e mai soggettive o casuali.
Anche se fatta con le migliori intenzioni e con la volontà di preparare la persona ad affrontare le conseguenze della terapia, questa comunicazione sbagliata stimola la creazione di proiezioni mentali e scatena nella mente dell’assistito una serie di ‘profezie autoavveranti’. Determinate condizioni stimolate da pensieri ridondanti e del tutto disfunzionali tendono, in questo modo, a realizzarsi davvero.
Per preparare il malato ad avere una reazione funzionale, pur mantenendo il codice deontologico a cui deve costantemente rifarsi, il medico deve acquisire una struttura comunicativa capace di stimolare un atteggiamento fiducioso e non dominato dalla paura. Anche in questi casi, infatti, le associazioni inconsce provocate da una comunicazione sbagliata possono determinare la nascita di importanti blocchi emotivi e comportamentali.
Associazioni inconsce: come riconoscerle e aiutare il malato a tirarle fuori
È possibile aiutare il malato a ricostruire attraverso il ricordo l’evento traumatico all’origine del rifiuto del cibo, attraverso un’adeguata comunicazione e una serie di domande mirate.
Una volta riconosciuto il cortocircuito alla base della dinamica comportamentale negativa, è necessario che la persona capisca e interpreti la reazione del suo corpo come funzionale. Una reazione negativa a uno stimolo, di qualsiasi natura esso sia, è comunque una reazione. Compito del professionista della relazione di aiuto è fornirle gli strumenti necessari a interpretare al meglio questa reazione e a trasformarla, in un secondo momento, in reazione positiva e funzionale al proprio stato di salute presente.
Questo cambiamento può avvenire soltanto nel momento in cui la persona comprende il significato del rifiuto, accettandolo e trasformando la sofferenza vissuta in motivazione e spinta verso la crescita.
Per approfondire e analizzare nel dettaglio il rapporto tra cancro e nutrimento, leggi anche: Di cosa si nutre il cancro.
Reinserire il cibo in piccole quantità più volte a giorno
Dopo aver riflettuto ampiamente sui traumi del passato e su ciò che ha scatenato la reazione, l’assistito deve acquisire nuove consapevolezze e rendersi conto di quanto sia necessario superare questi traumi per tornare a nutrirsi correttamente e ad avere un regime alimentare sano, pur considerando che potrebbe non essere facile o immediato.
Gli effetti collaterali della chemioterapia non spariscono immediatamente ma, con alcune accortezze, è possibile imparare a gestirli nel modo migliore. Assumere il cibo in piccole quantità durante tutto il corso della giornata, ad esempio, può allontanare la sensazione di nausea e talvolta anche il sintomo del vomito. Si può partire provando con della frutta secca, passando poi a piccole porzioni di ortaggi, legumi, fino all’assunzione di un pasto completo.
In questa fase l’obiettivo principale non è tanto il mangiare, quanto piuttosto il rieducare lo stomaco ad assumere lentamente, ma con costanza, tutto il nutrimento necessario, ridando energia al corpo e alla mente. Senza carburante, infatti, la macchina non può funzionare bene e a lungo.
Una volta superato il momento di crisi e con i valori del sangue ritornati alla normalità, si potrà riprendere il ciclo di terapie senza alcun rischio.