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È opinione comune credere che un malato di cancro sia fragile, debole, costantemente bisognoso di aiuto.
Parenti, amici, persino alcuni professionisti, che circondano la persona durante le varie fasi della malattia tendono a considerare il malato oncologico come qualcuno da compatire, perché in pericolo di vita. Abbiamo spesso parlato di come nell’immaginario comune i concetti di cancro e morte siano spesso equivalenti, e di quanto sia sbagliato chiedersi quanto vive un malato di cancro o fornire valutazioni in termini numerici.
Chi accetta simili idee relative al concetto di malattia e guarigione non può in nessun modo essere d’aiuto a chi sta affrontando un’esperienza traumatica come il cancro.
In questo articolo vedremo insieme quali sono gli elementi più importanti da tenere in considerazione durante l’approccio con la persona, e quali comportamenti dovrebbe adottare ogni professionista della relazione d’aiuto.
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Il malato di cancro vive un conflitto interno di emozioni
Prima ancora di stabilire quali norme di comportamento adottare, tutti coloro che circondano il malato di cancro devono mostrarsi disposti a comprendere il suo stato emotivo, siano essi professionisti, familiari o amici.
La malattia è un’esperienza traumatica che porta con sé numerose complicazioni, non solo a livello fisico ma anche mentale. La persona che vive la malattia, a prescindere dalla fase in cui si trova, ospita al suo interno un grande conflitto di emozioni. Può sentirsi incompresa, colpevole per il disturbo che arreca ai suoi conviventi, spaventata dalla malattia oncologica, triste o malinconica perché costantemente proiettata verso un passato che non tornerà mai e un futuro pieno di complicazioni.
Tutte queste emozioni amplificano la sua sensibilità: per questa ragione è importante relazionarsi al malato con uno sguardo libero da qualsiasi pregiudizio. Avere un atteggiamento fin troppo accondiscendente o mostrare compatimento, infatti, farà sentire l’assistito in colpa per qualcosa del quale non è responsabile.
Per via della sua disposizione d’animo, chi affronta una malattia oncologica fa attenzione a ogni sguardo che gli viene rivolto, a ogni parola, persino a ogni silenzio. È in grado di leggere il dispiacere negli occhi di chi lo circonda o lo sconforto nelle parole che gli vengono rivolte, anche se nascosto da un incoraggiamento detto in buona fede o una frase di circostanza.
Come spiego nell’articolo Frasi per incoraggiare un malato di cancro: ecco perché i professionisti non dovrebbero mai usarle, ricorrere alle frasi di circostanza minimizza il dolore e impedisce alla persona di prendere coscienza e proiettarsi verso il cambiamento.
Il malato di cancro non è fragile, ma vulnerabile
Spesso si tende a considerare il malato di cancro come una persona debole, fragile, costantemente bisognosa di aiuto. Questa credenza provoca incomprensioni e disagi, ed è compito del professionista della relazione d’aiuto lavorare affinché si realizzi un cambio radicale di paradigma nel modo di considerare il malato oncologico.
Chi ha un cancro non è fragile, ma è vulnerabile: fragilità e vulnerabilità sono due concetti molto diversi tra loro, e non bisognerebbe mai confonderli. Può capitare di sentirsi fragili in alcuni momenti della vita, quando ad esempio si è incapaci di attraversare alcune difficoltà e non si riesce a reagire davanti a una situazione di stress o a ritrovare la strada giusta da percorrere.
Il malato di cancro, però, affronta quotidianamente momenti che mettono alla prova la sua resistenza e sa bene cosa vuol dire reagire: lo stato di malattia è già di per sé una reazione forte alla presenza di fattori stressogeni che hanno messo in crisi il suo equilibrio interiore. Il suo livello di sopportazione del dolore è altissimo.
La società in cui viviamo condiziona il nostro modo di vivere, pretendendo da noi performatività, energia e positività ogni singolo giorno. Per soddisfare questi standard siamo costretti a indossare delle maschere e a soffocare e reprimere pensieri ed emozioni che non possiamo permetterci di fare uscire: scegliamo di non mostrarci al mondo come persone vulnerabili, anche se lo siamo.
L’essere umano, però, è vulnerabile di per sé, e il cancro ci insegna proprio a tornare alla nostra vera natura, al nostro essere più profondo, liberi dai compromessi e senza più il bisogno di mascherare ciò che invece deve uscire e manifestarsi. Pertanto, a causa della sua particolare condizione mentale, il malato oncologico non può permettersi di reprimere ciò che prova, e soddisfare gli standard della società non è sicuramente una sua necessità: è proprio in questo che si concentra la sua forza, e non la sua debolezza.
Tre comportamenti che ogni professionista dovrebbe mettere in atto
Ogni persona reagisce alla malattia in maniera diversa: il programma di un percorso di crescita personale va sempre modellato in base alle necessità di chi abbiamo davanti, al momento della vita nel quale si trova e al lavoro che c’è da compiere sui suoi bisogni.
Tuttavia, pur non essendoci norme di comportamento standard e programmi da seguire con rigidità, esistono alcuni accorgimenti che costituiscono la base di qualsiasi tipologia di approccio e che ogni professionista della relazione d’aiuto deve tenere sempre presente. Vediamo insieme quali sono.
1. Non assecondare e non compatire il malato di cancro
Il malato di cancro spesso utilizza la lamentela come una richiesta d’attenzione. Si sente avvilito e demoralizzato dalla malattia e dalle paure che lo tormentano, e non trova nessun modo alternativo per comunicare questa sua disposizione d’animo. Inoltre, con la malattia ha dei buoni motivi per cui lamentarsi: in questo modo la lamentela diventa la ‘scusa’ su cui fare leva sempre di più per attirare quell’attenzione che nutre il suo bisogno di riconoscimento e approvazione.
Non essendo mai stato totalmente soddisfatto, infatti, questo bisogno ha creato in lui delle dinamiche disfunzionali che si sono reiterate nel tempo.
Quando il bisogno d’attenzione, invece, è stato soddisfatto soltanto durante uno stato di malattia, la persona andrà a ricercare inconsciamente questa situazione, con lo scopo di ritrovare quell’appagamento apparente – ma profondamente desiderato – che ha ottenuto in passato.
Questa è una dinamica molto sottile ma estremamente frequente perché affonda le sue basi nel nostro imprinting. D’altronde, se ci pensiamo bene, a chi si dà attenzione se non proprio al bambino che si percepisce più fragile e con più difficoltà?
Pertanto, favorire questa dinamica è assolutamente controproducente. Chi asseconda il malato rivolgendogli parole di conforto non fa che alimentare la sua frustrazione e giustificare la sua immobilità.
Il professionista non deve mai essere accomodante, anzi. Deve spronare, essere una leva in grado di attivare la responsabilità personale del suo assistito.
2. Dare potere personale
Il caregiver e/o il professionista della relazione di aiuto che non si limita a fare il suo ‘compitino’ – come purtroppo molto spesso accade – deve essere in grado di offrire un aiuto concreto al suo assistito. Ogni proposito che la persona elabora durante il percorso di crescita deve trasformarsi in gesto, ogni idea o speranza di miglioramento in azione e abitudine.
Una buona comunicazione tra caregiver e assistito è fondamentale ed è alla base di qualsiasi approccio, ma è necessario che alla teoria si accompagnino sempre esercizi pratici e sforzi costanti.
Chi soffre di una malattia cronica spesso non comunica davvero tutte le emozioni che prova: si fa prendere dalla paura di infastidire gli altri con la sua negatività e crede di essere un peso per coloro che lo circondano. Trattenere pensieri, emozioni, ed evitare di esprimere i propri bisogni è un rischio, perché gli impediscono di compiere passi in avanti e realizzarsi.
In questi casi, il professionista dell’aiuto deve intervenire soprattutto attraverso una serie di domande che possano far luce su tutti i bisogni della persona, anche su quelli tenuti nascosti per timidezza o senso di colpa. L’obiettivo principale di questa fase del percorso è allontanare da lei la convinzione di essere debole e incapace di realizzare tutto ciò di cui sente il bisogno.
3. Analizzare sé stessi per (e prima di) analizzare gli altri
Ognuno di noi vive portando al suo interno un carico di ansie e paure. Emozioni e pensieri negativi fanno parte della nostra quotidianità, e spesso non possiamo fare a meno di proiettare tutto ciò che ci tormenta sulle persone con le quali stringiamo rapporti ogni giorno.
Il professionista della relazione d’aiuto, prima ancora di entrare in contatto con ciò che di disfunzionale c’è nel suo assistito, deve iniziare a lavorare su di sé. Deve conoscersi e imparare a riconoscere le convinzioni sbagliate che ha assimilato nel corso del tempo, soprattutto quelle relative al concetto di salute, malattia e guarigione.
Non si può aiutare una persona a guarire senza capire che un processo di guarigione dura tutta la vita, e che salute e malattia sono soltanto gli indicatori di un equilibrio o disequilibrio mentale, emotivo e spirituale, prima ancora che corporeo.
Il professionista che non lavora su di sé o che si rifiuta di cambiare prospettiva proietterà sull’assistito la sua ansia per la malattia, o il timore e la frustrazione di non poter fare veramente nulla per migliorare la condizione di salute della persona.
Non avendo mai lavorato su queste convinzioni, molti professionisti, psicologi e psicoterapeuti si sentono a disagio nei confronti del malato. Per aiutare chi soffre a superare momenti difficili, senza lasciarsi sopraffare dal dolore e dal senso di impotenza, è opportuno cominciare ad aiutare sé stessi.
Il Master in Coaching Oncologico è l’unico percorso di formazione che prevede una fase di scavo psicologico e lavoro interiore sul professionista prima ancora che sull’assistito. Un professionista o caregiver che non è in grado di ascoltare sé stesso, infatti, difficilmente riuscirà ad ascoltare l’altro e a fare la differenza nella sua vita.