Una persona che non vuole aiuto, come aiutarla?

Come aiutare una persona che non vuole aiuto

Quando gli assistiti mostrano una certa ostilità e seguono mal volentieri le indicazioni di caregiver o professionisti dell’aiuto, abbattere le resistenze e ricercare la collaborazione può diventare davvero difficile. Può capitare che l’assistito, per orgoglio o per senso di colpa, rifiuti il sostegno di tutti coloro che vorrebbero aiutarlo.

Un simile comportamento è sintomo di una mancata presa di consapevolezza nei confronti della patologia: non è mai facile mettere in discussione le proprie certezze per elaborare la sofferenza causata dalla malattia ma, anche se è faticoso comprenderlo, diventa necessario se si vuole stare meglio mentalmente ed emotivamente.

Quindi, anche se occorre superare mille resistenze, bisogna trovare sempre un modo per spingere la persona a riacquisire il controllo della propria vita.

Il piano di relazione

Il primo fattore da considerare è il piano di relazione: aiutare una persona che non vuole essere aiutata potrebbe essere complicato, se questa non nutre abbastanza fiducia nel professionista. Nel caso dei caregiver, ovvero di professionisti che si prendono cura di persone del loro stesso nucleo familiare o comunque molto vicine, tutto ciò è molto frequente.

Il legame affettivo e la vicinanza emotiva può spingere l’assistito a non tenere in debita considerazione le parole del caregiver ma soltanto quelle del medico specialista, del medico di base o di altre figure professionali il cui valore percepito è maggiore.

Non riconoscere l’autorità del professionista è un meccanismo inconscio che porta la persona a sopravvalutare o sottovalutare gli altri, non in base a un’analisi delle competenze effettive ma in base a fattori che derivano dall’imprinting, dalle esperienze vissute o dalle proprie convinzioni relative ai concetti di salute, malattia e guarigione.

È proprio a partire dall’analisi di queste convinzioni che si può stimolare nell’assistito una prima presa di coscienza.

Dal dolore al piacere

A nessuno piace sentirsi dire cosa deve fare.

Spesso, infatti, si rifiuta un aiuto o un consiglio perché, magari, viene espresso sotto forma di imposizione. Quando seguire un percorso di affiancamento e supporto emotivo diventa una lista di doveri a cui fare fronte è normale sviluppare una certa resistenza.

Nella nostra mente il concetto del dovere è legato a doppio filo al al dolore mentre, al contrario, associamo la nostra volontà a quel senso di piacere che deriva dalla scelta.

Per non ricevere un rifiuto, quindi, il professionista dovrebbe elaborare strategie comunicative in grado di trasformare le imposizioni in scelte consapevoli.

Per evitare di fare leva sulla dinamica del dovere/dolore, ad esempio, basterebbe dare le indicazioni senza utilizzare il verbo ‘dovere’ o, in alternativa, porre domande che contengano tali indicazioni già al loro interno.

Piuttosto che dire “Oggi devi fare questo”, si potrebbe chiedere “Quando ti piacerebbe fare questo?”, invitando la persona ad assumersi la responsabilità della scelta e della gestione terapeutica.

Dare valore al rifiuto

Supponiamo che la persona si sia intestardita nel suo rifiuto. In questi casi continuare con l’invito, la supplica o il rimprovero non può che peggiorare la situazione.

Le dinamiche di chi affronta uno stato di malattia sono molto simili a quelle di un bambino: si ha bisogno della guida altrui, ma si ha anche un proprio orgoglio da difendere, a volte anche a tutti i costi. E come ci si comporta quando un bambino si rifiuta di svolgere un’azione importante, come può essere lavarsi o fare i compiti, e non sembra sentire ragioni? A volte basta solo mettere in campo un po’ di sana diplomazia.

Sappiamo che il rifiuto è comunque il risultato di una scelta: ci sono delle ragioni che lo determinano. Anche se irrazionali, queste ragioni vanno comprese e accolte con gentilezza dal caregiver o dal professionista.

Dopo aver dato valore a questo rifiuto, si può aspettare del tempo prima di sottoporre nuovamente la stessa richiesta o, se le tempistiche non lo permettono, si può invitare la persona a compilare una lista di vantaggi e svantaggi che potrebbero derivare da un determinato comportamento. Stendendo questo elenco, ci si dovrà chiedere: “Quante e quali cose si possono ottenere con il rifiuto? Quante e quali con il consenso?”.

Visualizzando la lista e soppesando svantaggi e benefici, sarà più facile per l’assistito orientarsi verso la decisione più giusta da prendere.

Se hai bisogno di altri consigli pratici, leggi: 5 esempi di comunicazione efficace con il malato oncologico.

Scuotere con gli strumenti giusti

Sentiamo spesso ripetere la frase: “Non si può aiutare chi non vuole essere aiutato”.

Questa massima contiene un fondo di verità: se non facciamo pace con l’idea di avere bisogno di qualcuno o di qualcosa, non saremo mai disposti a chiedere o accettare l’aiuto degli altri. Aiutare, in fondo, vuol dire spingere verso un cambiamento che non si può realizzare senza il desiderio e un grande sforzo di volontà.

Chi affronta la malattia e sostiene di non volere l’aiuto degli altri, però, non lo fa perché non lo desidera davvero. Un simile comportamento spesso deriva dalla necessità di elaborare ancora quanto sta accadendo nella propria vita. Dopotutto, la malattia è uno dei periodi più complicati dell’esistenza di una persona: ritrovare in questa fase una dimensione e un equilibrio nuovi costa tanto in termini di tempo, energia e coraggio.

Con al proprio fianco un professionista preparato e in grado di stimolare una presa di coscienza tramite domande, tecniche ed esercizi giusti, l’assistito sarà in grado di comprendere l’importanza della relazione d’aiuto e di ricercare autonomamente il professionista nel momento del bisogno. Senza più orgoglio, vergogna o resistenze di alcun tipo.

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