Esistono diversi fattori che possono influenzare la relazione d’aiuto tra il professionista e chi affronta una malattia oncologica. Uno tra i più importanti è sicuramente la vicinanza affettiva.
Quando ad affiancare un malato non è un professionista che esercita già un lavoro di relazione ma un caregiver, e quindi un amico o un familiare della persona, le dinamiche del rapporto tra assistente e assistito cambiano radicalmente.
I legami sentimentali tra i protagonisti della relazione d’aiuto in molte occasioni possono essere utili. La familiarità, ad esempio, potrebbe eliminare l’imbarazzo o il senso di disagio, e permettere alla persona di sentirsi meno giudicata e più libera di esprimere le proprie emozioni. Altre volte, però, per questi stessi meccanismi si innesca il comportamento opposto e possono nascere complicazioni che impediscono alla persona coinvolta di prendere in mano il controllo della situazione.
Analizziamo insieme alcune delle più comuni dinamiche relazionali tra caregiver e malato.
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Protezione
È naturale sentire il bisogno di proteggere le persone che si amano, soprattutto se stanno attraversando momenti difficili. Tentare in tutti i modi di alleviare il dolore dell’altro o di alleggerire parte del suo carico di sofferenza, però, non sempre è l’aiuto migliore da offrire.
Di solito i caregiver tendono ad assumersi un carico di responsabilità troppo grande rispetto al loro ruolo. Non è raro vedere parenti o amici fissare visite, prenotare appuntamenti, andare in farmacia o gestire tutti gli aspetti pratici relativi alla malattia.
Se le condizioni fisiche lo permettono, però, queste attività sono molto utili alla persona: riorganizzare la propria quotidianità in base a ciò che bisogna fare per far stare bene il corpo serve a sentirsi responsabili del proprio percorso di affiancamento e supporto. Vedere i progressi, comunicare con gli specialisti e organizzare in autonomia la tabella di marcia accresce la fiducia in sé stessi e stimola quella collaborazione che è sempre tanto funzionale alla crescita e al benessere.
Al contrario, lasciando che siano gli altri a tenere in mano la propria agenda, si rischia di non sapere quali sono le cose di cui si ha veramente bisogno, e quali quelle su cui si ha ancora pieno controllo.
Come si può essere i protagonisti di un percorso di crescita emotiva se si vive la malattia con passività?
Se vuoi imparare tecniche efficaci per trasformare un atteggiamento vittimistico in uno proattivo leggi anche: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale.
Invadenza
Quando la dinamica della protezione è eccessiva, ecco che si sfocia nell’invadenza. Se essere fin troppo presenti può causare dei danni, figuriamoci cosa vuol dire prendere il controllo totale della situazione.
È importante dare autonomia alla persona in ogni momento del percorso di crescita. Facendola sentire esclusa, incapace di prendere decisioni o di assumersi la responsabilità delle proprie azioni non facciamo altro che accrescere in lei lo sconforto, la frustrazione e il senso di colpa.
Sappiamo bene quanto sia fondamentale ai fini del percorso di affiancamento reagire positivamente agli stimoli, mostrarsi proattivi e determinati: la presa di responsabilità fa parte del processo stesso.
È sempre opportuno spingere il malato ad avere un ruolo attivo, stimolandolo a prendersi cura di sé in tutti i sensi e a far accrescere la sua autostima. Se ci sono cose che non può svolgere in autonomia, si può intervenire, certo, ma in qualità di guide e accompagnatori, senza mai pretendere di assumere il comando della situazione o di essere troppo severi nel giudicare la sua incapacità. Mentre si affronta la malattia, sentirsi vulnerabili è assolutamente normale: non è una colpa, né la ragione per cui giustificare una resa.
Al tempo stesso è opportuno ricordare sempre che la malattia è una vera e propria richiesta di attenzione, sia verso sé stessi sia verso gli altri. Per questo è molto comune vedere persone cullarsi in queste richieste e crogiolarsi dentro un meccanismo che diventa sempre più disfunzionale. Spesso non è semplice capire quale sia il confine – a volte davvero sottile – tra ‘l’approfittarsi’ di uno stato di malattia e la reale necessità. Rendersene conto serve in quanto sono dinamiche sottese, sì, ma molto ricorrenti.
In fondo, come diceva anche il prof. Fabrizio Benedetti, esperto di neuroscienze e neurofisiologia, nel libro Il cervello del paziente: «Spesso ci si sente malati, a prescindere dalla patologia sottostante e quando ci si sente malati, si finirà con il diventare pazienti, ovvero persone in stato di necessità, alla ricerca di sollievo dal proprio disagio».
Sottovalutazione
Così come non va bene prendersi eccessivamente carico della malattia dei propri cari, non si deve neanche sottovalutare la malattia oncologica o dare poco valore alla sofferenza dell’altro.
A volte anche i caregiver negano l’evidenza di ciò che accade ai propri assistiti: spesso lo fanno inconsciamente, soprattutto quando non c’è stata ancora una presa di coscienza forte. Si tratta, infatti, di un atteggiamento di difesa: a volte è un peso davvero troppo difficile da reggere vedere soffrire colui o colei che amiamo.
Quando si chiede alla persona di portare pazienza o si fanno paragoni tra la sofferenza che prova in quel momento e quella provata da altri in contesti diversi, si minimizza quel dolore che per essere superato necessita di un’analisi e di un’elaborazione profonde.
Anche se fa soffrire parlarne, bisognerebbe sempre partire con il manifestare le proprie paure, i propri disagi e dire a cuore aperto ciò che si sta sentendo. Anche gli altri, di conseguenza, inizieranno ad aprirsi e condividere le loro emozioni.
Negazione
Più che la sottovalutazione, a fare danni maggiori è la negazione della malattia.
Fare finta che la malattia non esista e rifiutarsi di essere presenti nella vita di un assistito perché non si riesce a farlo è una dinamica che interessa alcuni caregiver. Negare la malattia è sempre un meccanismo di difesa, messo in atto perché si ha paura e non si vuole accettare la condizione problematica nella quale si vive.
Le conseguenze di un simile atteggiamento, però, possono essere davvero distruttive. Vedendosi negare la propria sofferenza, l’assistito potrebbe chiudersi in un silenzio ostinato, sentendosi incompreso da tutti e forse persino da sé stesso. Inizierà a chiedersi perché è l’unico a vedere e sentire tutto quel dolore, si sentirà a disagio, sempre più incapace di esprimere ciò che prova.
Il senso di solitudine può amplificare il disagio emotivo e rendere più difficile affrontare le sfide quotidiane e portare la persona a ritenere inutile qualsiasi forma di reazione. Perché pensare di dover guarire quando tutti intorno non vedono la malattia?
Parlare della malattia fa parte del processo di supporto e affiancamento
Anche se fa male, se è doloroso, se fa piangere e toglie il sonno, parlare della malattia è importante.
Parlare della malattia vuol dire riconoscerla e imparare a capire i segnali che manda al corpo e alla mente. Il caregiver dovrebbe fare in modo che questa presa di coscienza si realizzi a partire dal momento in cui viene formulata la valutazione della malattia oncologica. Acquisire consapevolezza è semplice se lo si fa con le domande e gli esercizi giusti.
Se la difficoltà principale sta nel comunicare a voce alta ciò che si prova, si potrebbe cominciare con piccoli esercizi di scrittura. Rispondendo a delle domande o annotando quotidianamente il proprio stato d’animo la persona avrà la possibilità di familiarizzare sempre di più con le sue emozioni.
“Cosa puoi fare?”
Molti di coloro che scelgono di affrontare un percorso di Coaching Oncologico hanno difficoltà a mostrare un atteggiamento proattivo. In tanti sono stati abituati sin da piccoli a non chiedere, non mostrare, non fare e non dire, e non ritengono di avere alcuna facoltà di controllo o di scelta.
A queste persone di solito chiedo: “Cosa puoi fare oggi per stare meglio?”. Alcuni impiegano del tempo per rispondere anche perché, per quanto in apparenza banale, questa domanda fa capire loro che stare meglio è un diritto di tutti, a prescindere dalla malattia.
Come emerge subito dopo, di cose che si possono fare per stare meglio ce ne sono davvero molte, ognuna con uno scopo diverso.
Se sei un caregiver e non sai come incitare il tuo assistito a riprendere il controllo della malattia, nel libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione troverai idee, storie e consigli da mettere in atto subito: una piccola parte di ciò che insegno anche ai corsisti del Master in Coaching Oncologico.
Ricorda, solo se sei preparato e hai gli strumenti giusti puoi davvero fare la differenza nella vita delle persone che ami.