La malattia è un’esperienza di vita del tutto soggettiva. Per quanto si possano individuare degli schemi comportamentali ricorrenti in tutti coloro che affrontano la malattia oncologica, le emozioni, le sensazioni, le dinamiche e, soprattutto, le convinzioni di ognuno dipendono da una moltitudine di altri fattori.
In ogni caso uno degli atteggiamenti più comuni e in parte ‘fisiologici’ è sicuramente quello della passività. Se per alcuni, però, la dinamica della lamentela e del vittimismo è presente soltanto in una fase transitoria del percorso, per altri può diventare l’unica reazione allo stato di malattia.
In questo articolo vedremo insieme quali sono i fattori che influenzano in maniera diretta la dinamica della passività e attraverso quali esercizi il professionista della relazione d’aiuto può aumentare la compliance medica e trasformare l’atteggiamento vittimistico del suo assistito in atteggiamento proattivo.
Indice dell'articolo
Differenze nell’approccio
Sappiamo bene quanto sia importante per un professionista dell’aiuto avere a che fare con malati collaborativi, che accettano di buon grado le indicazioni e i consigli e che dimostrino di volersi impegnare davvero per ottenere risultati. Le buone aspettative e la voglia di migliorare e stare meglio sono elementi funzionali alla cura stessa: chi non si arrende davanti a una difficoltà e cerca sempre soluzioni e modi per superare ostacoli è sicuramente un passo più avanti rispetto a chi si lascia scoraggiare dalla paura di non farcela.
La fiducia nella cura e le aspettative positive sono alla base di ogni percorso di terapia efficace. Come afferma anche il neurofisiologo Fabrizio Benedetti nel libro Effetti placebo e nocebo. Dalla fisiologia alla clinica, le nostre reazioni psicologiche sono in grado di determinare reazioni biochimiche. Questo vuol dire che uno stato di benessere mentale può alimentare quello fisico, così come uno stato di malessere e negatività può compromettere la salute del corpo.
Se hai voglia di approfondire l’argomento, ne parlo anche qui: Come affrontare il cancro superando i pregiudizi e le paure.
Come si affronta una malattia?
Il modo in cui si affronta l’esperienza del cancro non è, almeno all’inizio, frutto di una libera scelta.
Se la persona ha già vissuto indirettamente le conseguenze della malattia di un parente o di un amico, è probabile che ripeterà le stesse dinamiche che ha visto mettere in pratica, non conoscendo alternative possibili, oppure reagirà in un determinato modo per via di convinzioni e abitudini derivanti dall’imprinting.
Per fare un piccolo esempio, un bambino cresciuto in un contesto nel quale anche per contrastare il più lieve sintomo di un raffreddore si assumono molti farmaci, con molta probabilità si convincerà che le medicine siano l’unico modo possibile per stare bene.
Chi, al contrario, vive in contesti nei quali la malattia si affronta con metodi diversi e non per forza sempre farmacologici, è probabile che nutrirà una certa avversione nei confronti delle medicine e dei metodi, per così dire, più ‘tradizionali’, o comunque avrà una visione più olistica del problema in sé.
Oltre alle convinzioni, diverse sono anche le emozioni e le percezioni del dolore: c’è chi non si lascia fermare da qualche linea di febbre e continua a svolgere le stesse attività quotidiane con la stessa energia, magari peggiorando la gravità di alcuni sintomi e prolungando lo stato di malattia, e c’è chi, al contrario, non riesce ad alzarsi dal letto anche solo per un mal di gola.
Non esiste un modo più giusto di un altro per affrontare la malattia. Esiste, però, un modo più ‘funzionale’ di un altro, in base al tipo di malattia, al carattere della persona o al contesto nel quale si trova. Il professionista che possiede questa consapevolezza non deve fare altro che invitare il suo assistito a ragionare sul tipo di approccio che ha messo in atto, spingendolo eventualmente a cambiare prospettiva.
Leggi anche: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale.
Lavoro sulle convinzioni
Per determinare un cambio di atteggiamento nel malato è opportuno cambiare prima di tutto il suo mindset, ovvero il suo modo di pensare e di intendere sia lo stato di malattia sia la guarigione. Un simile lavoro sulle convinzioni si può realizzare velocemente con gli strumenti giusti e il giusto approccio.
Vediamo insieme 3 esercizi che si possono mettere in pratica per trasformare un atteggiamento vittimistico in atteggiamento proattivo.
1. La ricerca dell’opposto
Questo semplice esercizio dialogico serve a mettere in evidenza alcune contraddizioni che caratterizzano il modo di pensare della persona. Per cominciare bisogna chiedere all’assistito la sua personale interpretazione dei concetti di salute, malattia e guarigione. Una volta spiegate le ragioni delle singole interpretazioni, si potrà procedere con una breve analisi.
Se per alcuni sentirsi meglio vuol dire soltanto ‘assumere delle medicine’, ad esempio, attraverso una piccola ricerca si potranno ritrovare casi di guarigioni avvenute senza terapie farmacologiche. Se per altri ‘essere malati’ significa soltanto fermarsi e lasciare che le cose accadano da sole, si possono ricercare casi di persone che, nonostante la malattia cronica, hanno fatto grandi passi avanti nella vita.
Lo scopo principale di queste testimonianze non è tanto quello di convincere la persona a cambiare attitudine, quanto piuttosto dimostrare che non esiste un unico modo di pensare e di agire. Instillare un dubbio è il primo passo verso una nuova consapevolezza destinata a maturare con il tempo.
Le convinzioni, infatti, sono frutto del passato: provengono dai ricordi o dalle esperienze di vita vissute prima di ammalarsi. Con un po’ di sforzo e con nuovi elementi sui quali portare attenzione, queste stesse convinzioni potranno essere facilmente messe in discussione, ed eventualmente ribaltate.
2. I 3 grazie
Questo esercizio è uno dei più importanti, come sanno bene coloro che hanno già letto il libro Coaching Oncologico: prendi la strada per la tua guarigione. Iniziare la giornata trovando 3 motivi per cui essere grati migliora l’umore, alza le difese immunitarie e aiuta la persona a focalizzare l’attenzione sulle cose positive che ha nel momento presente e non su ciò che le manca.
Mettere in pratica questo esercizio ogni giorno, inoltre, può facilitare la creazione del pensiero costruttivo.
3. Le 3 lamentele
Accanto all’esercizio della gratitudine, suggerisco un esercizio controintuitivo ma altrettanto efficace: l’esercizio delle 3 lamentele.
Focalizzare l’attenzione su ciò che va male porterà la persona a rendersi conto che gran parte delle lamentele che pronuncia ogni giorno sono quasi delle abitudini, degli automatismi che mettiamo in atto perché crediamo di non poter fare altrimenti. Sono frasi e pensieri che la mente ‘si racconta’ per ritardare il momento della presa di responsabilità. Una volta arrivata al punto di rottura, però, inizierà in maniera altrettanto automatica a sostituire la lamentela con la proattività, abbandonando del tutto la dinamica del vittimismo.
Coaching Oncologico
Come vedi, avere a disposizione una cassetta degli attrezzi da poter utilizzare al momento giusto è una grande opportunità non solo per coloro che affrontano la malattia, ma anche per i professionisti che vogliono fare davvero la differenza nella vita dei loro assistiti.
Se hai voglia di approfondire le tue conoscenze, metterti in gioco e diventare un professionista della relazione d’aiuto in grado di affrontare anche le situazioni più delicate, compila il questionario e iscriviti al Master in Coaching Oncologico.