Il rapporto tra professionista e assistito è molto delicato e va gestito sempre con competenza e consapevolezza.
Medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tutti coloro che sono a contatto con persone che vivono uno scenario di malattia se da un lato non posso correre il rischio di lasciarsi travolgere dal carico emozionale dell’assistito, dall’altro devono far sì che non si determini una condizione di eccessivo distacco emotivo. Trovare un equilibrio, però, non è sempre è facile.
L’esperienza certamente aiuta, ma una solida formazione di base e il continuo perfezionamento del proprio stile comunicativo possono guidare il professionista nella scelta dell’approccio più adatto da adottare volta per volta in base alle necessità della persona.
In questo articolo vedremo insieme cos’è il distacco emotivo difensivo in relazione al rapporto professionista/assistito e come fare a stabilire in ogni occasione l’approccio giusto da seguire.
Indice dell'articolo
Dedicare del tempo ai propri assistiti può guidare nella scelta dell’approccio ideale
Il distacco emotivo difensivo non è un approccio da demonizzare a prescindere.
Il professionista della relazione d’aiuto, infatti, dovrebbe scegliere caso per caso che tipo di relazione instaurare con la persona che ha di fronte. Selezionare il proprio stile comunicativo in base al piano di relazione che si ha con l’altro è fondamentale e può determinare anche l’efficacia di un percorso di affiancamento e supporto.
Per farlo è necessario tenere ben presente sia quanto prescrive il protocollo sia le condizioni di salute dell’assistito, il contesto in cui si trova in quel determinato momento, il suo grado di consapevolezza nei confronti della malattia, le sue dinamiche comportamentali e molto altro ancora.
Come insegno ai corsisti del Master in Coaching Oncologico, prima di formulare una valutazione o definire il percorso oncologico è necessario prendersi alcuni minuti per porre delle domande, ascoltare attentamente le risposte e chiarire eventuali dubbi e perplessità.
Le domande potranno essere poste anche in un questionario iniziale o “diario di benvenuto”, a seconda di come lo si vuole chiamare. Per essere più completo possibile, questo diario dovrà contenere non solo domande che riguardano la cartella clinica e/o le precedenti patologie avute, ma anche questioni interessanti a livello umano.
Facciamo degli esempi.
- Che tipo di relazioni ha?
- Che mestiere svolge? Come lavora? Quanto tempo dedica alla sua professione?
- Quali sono i pensieri e le emozioni ricorrenti?
- Quali sono le sue abitudini?
Partendo da questo piccolo spunto si potrà avere un quadro generale del malato, e non solo a livello fisico.
Come insegno durante il Master in Coaching Oncologico, operando in questo modo la persona si sentirà subito accolta, presa in considerazione, e aumenterà fin da subito il suo livello di fiducia nei confronti del professionista.
Il tempo trascorso insieme alla persona di cui ci si prende cura non è mai tempo sprecato. Ponendo delle domande mirate si potranno ottenere subito risposte chiare e fare un ottimo lavoro di indagine. Farlo con un questionario di ingresso permette di ottimizzare i tempi e di andare subito dritti al punto del discorso. In questo modo, anche nei 10/12 minuti canonici che i medici hanno spesso a disposizione per ogni visita, saremo in grado di fare la differenza nel rapporto con l’assistito.
Le giuste domande e un metodo dialogico ben studiato potranno dargli subito potere personale e renderlo parte attiva del percorso di guarigione.
Karla Amaya, ginecologa oncologa, grazie al questionario d’ingresso ha cambiato la qualità del suo lavoro, ha migliorato il rapporto con le sue pazienti ed è riuscita ad accrescere la sua efficacia rispettando le tempistiche dell’ospedale di El Salvador, in America Centrale.
I rischi di comunicare la malattia oncologica con eccessivo distacco emotivo
Un approccio troppo freddo e distaccato da parte del professionista potrebbe generare nell’assistito un vortice di emozioni negative come ansia e frustrazione. Il medico che sceglie di comunicare la malattia oncologica con eccessivo rigore scientifico, presentando percentuali di guarigione, stime e liste di doveri da seguire alla lettera, rischia di trasmettere un messaggio sbagliato o di fare percepire l’esperienza del cancro come una sentenza di morte.
In questi anni ho seguito centinaia di persone alle quali era stata riconosciuta una malattia perentoria. Tutte avevano subito i danni di questa comunicazione che le aveva spinte a trasformare la peggiore fantasia in una realtà imminente.
Ricordo ancora Giacomo, al quale erano stati dati solo due anni di vita. Durante le nostre sessioni mi raccontava spesso di questa costante paura di non farcela e di morire. Non fu semplice fargli cambiare prospettiva e permettergli di comprendere che doveva concentrarsi non sulla quantità del tempo da vivere, ma su come lo avrebbe potuto vivere. E come lui potrei citarne tanti altri.
Una delle cose che ritengo più ‘inumane’ è proprio la presunzione che spinge alcuni professionisti ad arrogarsi il diritto di dare una verità che non è una verità. Nessuno, e sottolineo nessuno sulla faccia della terra, può sapere se davvero una persona potrà vivere e quanto a lungo, al di là di tutte le statistiche e le previsioni scientifiche.
Dando una comunicazione così disfunzionale, però, le probabilità di creare una reazione uguale e peggiorativa sono ben superiori rispetto a quelle di creare una reazione opposta.
In fondo, le parole di un medico, proprio per la dinamica del sopravvalutare tipica della nostra cultura e impressa nella coscienza collettiva, valgono sempre di più di quelle di un qualsiasi altro professionista. Ecco perché sarà sempre più importante diventare consapevoli e imparare a gestire le parole in maniera efficace per il bene del malato, ma anche per sé stessi.
Il professionista responsabile sa che ogni suo pensiero, ogni suo movimento o parola portano con loro un messaggio profondo. Sempre. Ed è questo che lo renderà progressivamente insostituibile agli occhi dell’assistito.
Come spiego anche nell’articolo Come affrontare il cancro superando i pregiudizi e le paure, il malato che si convince di essere spacciato e perde fiducia nei confronti del futuro potrebbe anche arrendersi, smettere di combattere e non reagire più in maniera positiva agli stimoli che riceve dall’esterno.
Comunicare notizie difficili, indicazioni di supporto e affiancamento e fornire informazioni sul processo della malattia con eccessivo distacco emotivo difensivo può alimentare nella persona pensieri negativi, creare profezie autoavveranti e mettere a repentaglio l’efficacia del percorso stesso.
Se avete voglia di approfondire l’argomento, nell’articolo Quanto vive un malato terminale di cancro? Ecco perché chiedersi quanto vive un malato terminale di cancro è una domanda sbagliata spiego cosa intendiamo per ‘effetto nocebo’ e cosa sono le cosiddette profezie autoavveranti.
L’empatia genera fiducia
Per non sembrare troppo distaccato, il professionista della relazione d’aiuto dovrebbe mostrarsi più empatico, compassionevole e coinvolto. Se moderato e praticato con consapevolezza, il trasporto emozionale può essere interpretato dalla persona come una richiesta d’attenzione accolta.
Per chi affronta la malattia e vive conflitti emozionali sapere di poter contare sull’aiuto del professionista nei momenti di sconforto o di poter trovare in lui le risposte delle quali ha bisogno per affrontare tappe particolarmente difficili o dolorose del suo percorso è un grande incentivo ad accogliere il percorso di affiancamento e supporto con lo spirito giusto e la necessaria consapevolezza.
Per mantenere una condizione di equilibrio, il professionista della relazione d’aiuto dovrebbe sempre insegnare le più efficaci tecniche di gestione dello stress, in modo tale da rendere i suoi assistiti maggiormente autonomi e consapevoli delle loro capacità. Un approccio simile, inoltre, permette al professionista di allontanare il rischio di vivere una condizione da stress da lavoro correlato.
Leggi anche: Perché si possono (e si dovrebbero) insegnare le tecniche di gestione dello stress ai pazienti.
Distacco emotivo difensivo: quando metterlo in pratica
Pur avendo a disposizione guide e protocolli, il professionista della relazione d’aiuto potrebbe lasciarsi coinvolgere troppo dalla situazione personale dei suoi assistiti e assumere su di sé un carico di sofferenze e preoccupazioni che permangono anche al di là dell’orario di lavoro.
Quando non si riesce a tracciare una linea netta tra vita lavorativa e vita privata, medici, infermieri, operatori socio-sanitari e altre figure professionali potrebbero incorrere in una valutazione da stress da lavoro correlato, una condizione problematica spesso difficile da riconoscere.
Il benessere emotivo del professionista è importante: è anche dalla sua capacità di gestire le emozioni che dipende la correttezza della valutazione.
Se con alcune persone risulta particolarmente difficile instaurare una giusta distanza, per evitare di lasciarsi invadere dalle emozioni e di non riuscire a dire di no anche nei momenti in cui è necessario, il professionista dovrebbe scegliere un approccio di distacco emotivo difensivo e valutare per il suo assistito la necessità di un percorso di coaching che possa indirizzarlo sulla strada giusta verso la guarigione anche emotiva.
Se vuoi approfondire l’argomento, ti consiglio la lettura dell’articolo Il tuo lavoro ti sta facendo ammalare? Scoprilo con queste cinque domande.
Distacco emotivo difensivo: come ricercare il giusto equilibrio
Il professionista dell’aiuto deve essere in grado di accompagnare la persona in tutte le fasi della malattia. Una volta indagate le sue dinamiche interiori, le resistenze da sbloccare e i meccanismi disfunzionali che possono mettere a rischio l’efficacia del percorso di affiancamento, non sarà difficile comprendere le modalità attraverso le quali accrescere la compliance medica.
Nell’approccio bisogna sempre ricercare una condizione di equilibrio: essere troppo freddi e distaccati può generare ansia e frustrazione, al contrario dimostrarsi eccessivamente coinvolti può spingere la persona a ricadere nella dinamica della lamentela e ad assumere un atteggiamento passivo.
Ricordiamo che essere distaccati non vuol dire essere professionisti poco empatici, così come mostrare una sana compassione e partecipare ai cambiamenti dell’assistito non vuol dire essere poco professionali.
Leggi anche: Atteggiamento vittimistico e atteggiamento proattivo: differenze e opportunità nell’approccio professionale.
Il percorso di formazione giusto
Se sei un professionista della relazione d’aiuto e senti di non riuscire a comunicare in maniera equilibrata con i tuoi assistiti o a stabilire la giusta distanza emotiva, il Master in Coaching Oncologico è il percorso di formazione più adatto alle tue necessità.
Frequentandolo avrai la possibilità di apprendere i principi di comunicazione pragmatica che sono alla base del rapporto professionista/assistito, ma non solo. Sarai in grado di modulare il tuo approccio in base al piano di relazione, per capire volta per volta quali accorgimenti adottare con i tuoi assistiti per consolidare un rapporto di reciproca fiducia e rispetto.
Soltanto creando il giusto equilibrio potrai diventare un professionista dell’aiuto efficace, in grado di accompagnare e sostenere concretamente tutti coloro che affrontano uno scenario di malattia.