comunicazione medico malato oncologico

Le parole giuste nascono da un processo, non da un libretto di istruzioni

Così come la natura ha bisogno del giusto tempo per far maturare i suoi frutti, anche la comunicazione efficace richiede consapevolezza, esperienza e ascolto profondo. Le parole non sono semplici strumenti, ma il risultato di un percorso di crescita personale e professionale, che permette di comprendere le dinamiche più profonde delle relazioni umane.

Ecco perché, durante il Master in Coaching Oncologico, lavoro con i professionisti della relazione d’aiuto affinché acquisiscano un vero e proprio processo comunicativo, piuttosto che fornire un semplice elenco di frasi preconfezionate da utilizzare con chi sta attraversando un momento complesso della propria vita.

Se sei un professionista della relazione d’aiuto e stai leggendo queste parole, forse pensavi che bastasse imparare qualche frase standard per migliorare la comunicazione. Mi dispiace deluderti, ma la realtà è molto diversa. Le parole giuste non si imparano a memoria, si sviluppano attraverso esperienza, sensibilità e una comprensione profonda dell’altro.

Se desideri approfondire il tema puoi leggere alcuni degli articoli più recenti che ho pubblicato sulla gestione della relazione col malato oncologico. Ti segnalo, ad esempio, “Quanto può incidere la tua comunicazione con i malati oncologici che vivono la malattia? e “Tutti parlano, pochi comunicano: soprattutto quando il malato oncologico è il cliente”. 


Comunicare con consapevolezza: il primo passo per non invadere l’altro

Ogni giorno ricevo messaggi da persone che mi chiedono come comportarsi con un familiare o un conoscente che sta affrontando una malattia. La domanda più comune è: “Cosa posso dire per aiutarlo davvero?”

Quello che rispondo sempre è che ciò che comunichiamo non è mai casuale. Ogni parola porta con sé un’intenzione, un’emozione e un significato profondo. Le nostre frasi non nascono nel vuoto, ma sono il risultato di dinamiche psicologiche, esperienze personali e stati d’animo che influenzano tanto chi le pronuncia quanto chi le riceve.

Ti faccio un esempio concreto. Questa mattina ho ricevuto un messaggio su LinkedIn da una donna che mi chiedeva come comportarsi con il suo partner, affetto da una malattia avanzata.

Premetto che non fornisco mai risposte “smart” o consigli generici senza conoscere a fondo la persona e la sua storia. Tuttavia, leggendo le sue parole, ho intuito che stava mettendo in atto una dinamica molto comune nei rapporti di supporto: la protezione eccessiva.

Proteggere non significa controllare. Spesso, con le migliori intenzioni, si tende a invadere gli spazi dell’altro, sostituendosi a lui nelle decisioni e nelle azioni quotidiane. Questo, invece di dare sollievo, può creare un senso di frustrazione, perdita di autonomia e, in alcuni casi, anche rabbia.

Se non si conoscono queste dinamiche inconsce, il rischio è quello di fornire consigli che non solo non verranno ascoltati, ma che potrebbero addirittura acuire il senso di disagio di chi sta vivendo una situazione delicata.


Responsabilità e confini: la chiave per una comunicazione rispettosa

Nel momento in cui entriamo in una relazione d’aiuto, dobbiamo sempre ricordare che ognuno ha la propria parte di responsabilità:

✔ Il professionista ha la responsabilità di offrire strumenti di supporto efficaci, senza mai sostituirsi alle scelte della persona.
✔ Il familiare o caregiver ha la responsabilità di rispettare lo spazio e il tempo dell’altro, evitando di imporre la propria visione.
✔ La persona che sta attraversando la malattia ha la responsabilità di riconoscere i propri bisogni e chiedere supporto quando ne sente la necessità.

Se questi confini non vengono rispettati, la comunicazione rischia di diventare disfunzionale, generando ulteriori difficoltà invece che favorire il benessere.


Un esercizio pratico per migliorare la tua comunicazione

Se vuoi davvero fare la differenza nella relazione con gli altri, ecco un esercizio che ti aiuterà a prendere maggiore consapevolezza del tuo modo di comunicare.

📌 Prendi carta e penna e scrivi due o tre situazioni della tua vita in cui qualcuno ti ha detto cosa dovevi fare.

  • Come ti sei sentito?
  • Quali emozioni sono emerse?
  • Quali parole avrebbero fatto la differenza per te in quel momento?

Rifletti su questo: le parole giuste non sono solo quelle che vogliamo sentirci dire, ma quelle che ci fanno sentire rispettati e riconosciuti nella nostra individualità.

Questo è il cuore di una comunicazione efficace.

Se lavori nel settore della relazione d’aiuto e vuoi migliorare la tua capacità di supportare gli altri con parole che abbiano un reale impatto positivo, inizia da qui. Conoscere se stessi è il primo passo per accompagnare gli altri in un percorso di consapevolezza e trasformazione.


Sei un professionista della relazione di aiuto e ti trovi a gestire il malato oncologico?

Se ti è stato utile questo articolo e ti interessa approfondire di più, leggi le relazioni dei miei ex allievi e guarda le interviste di chi ha già fatto il Master in Coaching Oncologico. Scoprirai come diventare anche tu, sicuro, capace ed efficace nel gestire la relazione con il malato oncologico.

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