Sono Alessandra. Nella vita mi occupo di terapia d’ascolto (counseling , thetahealing) e di naturopatia.
Spesso mi confronto con persone che si trovano a fare i conti con la mancanza di salute, intesa proprio come la definisce OMS “ uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”.
Mi sono avvicinata al master “Coach Oncologico” senza alcuna aspettativa, ma con la voglia e la consapevolezza di voler comprendere al meglio ogni tipo di disagio che sorge nel paziente oncologico e apprendere ogni modalità per essere uno stabile supporto verso chi si rivolge a me come professionista. Sentivo dentro l’utilità del percorrere questa strada e senza troppe domande mi sono messa in viaggio. Devo dire che seguire ciò che risuona in noi è molto spesso la via migliore.
Durante questa formazione ho innanzitutto ascoltato molte testimonianze (le definirei doni, perché sono frammenti di vita intimi e privati ) di persone che hanno vissuto il cancro e ascoltare le loro esperienze, mi ha fatto comprendere ancora di più, il grande vuoto che spesso si crea nella comunicazione medico/paziente.
Avevo sperimentato in prima persona con la malattia di mia madre questa sorta di “vuoto comunicativo”, che in realtà è pieno di tantissime emozioni che arrivano da dentro come uno tsunami che inonda, travolge e stravolge. Partecipare al corso in una posizione di ascoltatore passivo mi ha permesso di far riaffiorare anche quei ricordi apparentemente sommersi dalla fretta del dover tornare alla routine quotidiana e di riposizionarli nel giusto ordine grazie anche a molti esercizi che Mara ci ha consigliato.
Iniziare il corso riprendendo in esame gli assiomi della comunicazione, porta a riflettere su quanta importanza abbia la comunicazione che va oltre le parole. Il nostro corpo, il nostro volto, la nostra postura, il nostro timbro di voce comunica, senza alcun filtro mentale, verità che non sempre sono in linea con le parole espresse. Portare attenzione a questa parte di comunicazione significa fare la differenza sul risultato che vogliamo ottenere. Creare un rapporto empatico è sicuramente un passo importante, ma affinché ciò avvenga, il professionista dovrà aver precedentemente lavorato su se stesso, per evitare di cadere nelle psico-trappole che spesso hanno origine da vari bisogni non elaborati in passato.
Essere costantemente consapevoli che chi ti sta chiedendo sostegno ti sta dando anche autorevolezza, permette al “ professionista risolto” di instaurare una relazione di affiancamento e non di supremazia o di dipendenza. Il paziente deve sentirsi accompagnato nel viaggio che sta intraprendendo, ma pian piano deve anche recuperare la propria autostima. Gli esercizi che abbiamo affrontato durante il master, sono strutturati per far si che la persona inizi a vivere la malattia con una modalità di auto-analisi e di azioni, per poi arrivare a percepire il cambiamento che sta mettendo in atto.
Anche se può sembrare un paradosso, la malattia può essere un’opportunità per modificare al meglio la propria vita, avere la voglia di iniziare un percorso strutturato e definito che accompagni la persona verso obbiettivi nuovi, è sicuramente un passo verso la guarigione. Molto spesso si crea nel paziente oncologico la falsa credenza che seguire la terapia medica sia tutto quello che può fare per guarire. Così facendo dimentica la grandezza del corpo umano, che non è solo fatto da materia fisica a se stante, e che quella materia, quelle cellule, comunicano con un mondo infinito fatto di emozioni, traumi, vissuti e prendere in analisi anche questa parte significa veramente GUARIRE.
Guidare il cliente nel riconoscere i propri bisogni, le proprie paure, le proprie dinamiche relazionali, significa portarlo ad analizzare in quale ambiente sta vivendo, quali sono le fonti di stress che stanno influenzando la sua guarigione, quali sono i sensi di colpa che non lo lasciano libero di vivere la propria guarigione. Dai bisogni personali nascono le varie dinamiche relazionali con noi stessi, con gli altri (famiglia, partner, amici), con il mondo esterno ed è proprio grazie all’analisi di queste relazioni che possiamo pian piano comprendere in quale “prigione mentale” ci siamo incastrati, per poi cercare la giusta chiave che ci renda nuovamente liberi.
Chiedere al cliente: “Cosa potresti fare che ancora non hai fatto?” è sicuramente un modo per far suonare una sorta di sveglia inconscia che da nuovamente alla persona lo stimolo a vedere oltre ciò che sta vivendo. L’essere umano è fatto di abitudini, guidare il cliente a fare una sorta di scansione della giornate, lo aiuterà a comprendere quanto tempo sta facendo scorrere senza creare situazioni benefiche per se stesso, ripetendo azioni vuote. Valutare quel tempo “vuoto” per poi utilizzarlo nel creare nuovi progetti a breve-medio termine, costituisce una grande base di partenza, dove il paziente andrà ad attingere nei momenti in cui emozioni pesanti si riaffacceranno.
Ho trovato grande utilità nello svolgere l’esercizio del Potere della Narrazione, mettere nero su bianco la routine delle parole usate nel descrivere un fatto e poi confrontarla con la realtà e con un altro punto di vista nel narrare la stessa storia, mi ha aiutato a comprendere quanto grande sia il bisogno di restare agganciata a schemi ripetitivi che potremmo descrivere come zone confort, che non permettono di evolvere.
Il percorso svolto è molto di più di ciò che ho descritto, ma sto ancora godendomi il viaggio, anche se la carrozza è giunta all’ultima fermata. Mi sento di ringraziare i miei compagni di viaggio per la condivisione e Mara per il suo modo semplice e incisivo nel trasmettere nozioni talvolta anche coinvolgenti e molto impegnative. Sicuramente questo viaggio ha lasciato dentro di me emozioni che trasmetterò a mia volta a tutti coloro che verranno essere affiancati nel loro percorso di guarigione, ferma nell’idea che “OGNUNO SI SALVA DA SOLO” e che il professionista beneficia del dono di poter affiancare la persona verso la sua guarigione.
Alessandra Gaetani